L’Italia abbandonata dalla madre Europa. Intervista a Franco Frattini sul momento più buio dei nostri giorni

L’Italia abbandonata dalla madre Europa.

Intervista a Franco Frattini sul momento più buio dei nostri giorni
 

di Giovanni Gregori

L’Italia mi ricorda in questo momento uno di quei cuccioli abbandonati dal padrone sulle afose strade estive, lasciato a girovagare nella calura dopo aver dato un’occhiata lacrimosa alla persona a cui fino al giorno prima aveva fatto le feste. L’Europa in questo momento incarna l’odiosa figura di quello che dimentica volutamente il cane per andarsi a fare le vacanze, vacanze brevi, anzi forse neanche iniziate. Il virus si è diffuso e ha permeato i gangli di un’Europa ostile e scellerata. Nello scaffale della libreria due mie tesi, una vicina all’altra, tecnicamente lontane come argomenti ma i cui due titoli messi insieme mi fanno riflettere: Ut unum sint (sull’Unione europea) e Geopolitica delle lacrime (sulla fenomenologia del jihad). Dopo pochi anni quella parvenza di Europa unita, che si era trovata impreparata di fronte al il virus del terrorismo islamico, si ritrova disperata nella lotta contro il COVID19; un rompete le righe, un tutti contro tutti, una fuga isolata e spasmodica difficile da perdonare. Tra tanti infettivologi, comunicatori, sociologi del web, molti di questi capaci di argomentare su ogni cosa, decido di chiedere un parere ad una personalità che l’Europa e, direi, il mondo intero li ha vissuti come figura istituzionale in prima linea: il Professor Franco Frattini. Tra le sue innumerevoli cariche è stato due volte Ministro degli Esteri, vice presidente della Commissione Europea, ora docente e rettore di Relazioni Internazionali, Presidente di sezione del Consiglio di stato e Presidente della SIOI.

La prima domanda che rivolgo a lui, approfittando della sua cordialità e della disponibilità, forse è un po’ cruda ma pertinente alla situazione.

Professore, l’Italia è stata abbandonata a sé stessa. Dove è finita la solidarietà e l’unità europea, quella che chiedeva De Gasperi citando “Ut unum Sint” nel 1953? A questo punto sembrerebbe che l’Italia dovrà confrontarsi e magari cooperare con gli Stati Uniti, Russia e Cina.
L’ideale di De Gasperi di Shuman e di Adenauer purtroppo rischia di dissolversi perché personalità di quel tipo non ci sono più. Come non ci sono più neanche i Mitterand, i Kohl, la stessa Tatcher, gente che negli anni ottanta e negli anni novanta aveva, con difficoltà ma con successo, tenuto vivo l’ideale Europeo. Quando sento dire che durante il Consiglio Europeo, nel pieno di una tragedia mondiale come quella che stiamo attraversando, il Premier Olandese e il Premier Finlandese vogliono porre veti, dicendo che i propri debiti ognuno se li paga da sé e che a loro della solidarietà europea poco interessa, immagino che il povero De Gasperi si rivolti nella tomba. Nella statura di questi “non leader” c’è il rischio di vanificare completamente il sogno Europeo. È chiaro che oggi, ancor prima di contare su dei rapporti fondamentali con USA e Russia, che hanno dimostrato di darci aiuti anche concreti, così come la Cina, dovremmo usufruire degli strumenti europei che ancora potrebbero funzionare: la BCE, se mettesse davvero sul campo settecentocinquanta miliardi di euro si avvicinerebbe molto alle misure imposte dal bazooka di Draghi. Manca però tutto il resto: l’Europa politica, l’Europa delle decisioni comuni che francamente non esiste in questo momento. Forse questa volta c’è un po’ più l’idea di un mediterraneo che si ritrova unito perché Francia, Spagna, Grecia, Italia e Portogallo sono tutti d’accordo; in compenso abbiamo i “soliti nordici” che non capiscono affatto che domani tutta questa tragedia potrebbe capitare a loro. Tutto questo apre un pessimo precedente, perché noi siamo stati lasciati soli dinanzi alla tragedia dell’immigrazione e dei rifugiati e adesso ci ritroviamo nella stessa condizione di abbandono, magari non in questi giorni ma all’inizio dell’epidemia quando si diceva: “se la son beccata gli Italiani e gli Italiani se la tengono”. Sono state intercettate delle forniture sanitarie destinate all’Italia bloccate da paesi europei per non farcele arrivare. Cose impensabili. Oggi, ovviamente, tutti hanno capito che l’epidemia è arrivata in casa loro, non solo in casa nostra, però il segnale che l’Europa ha dato inizialmente è davvero devastante e spero che in queste ore il Consiglio europeo abbia un’illuminazione, cioè si renda conto che se continuano a mettere i veti su questioni di questo tipo si arriverà alla fine di ciò che l’ideale europeo rappresenta. È inutile poi mettersi a ragionare di procedure e di questioni tecniche. Mi auguro che le istituzioni europee, la Von der Leyen, il Presidente del Parlamento Europeo, che è anche un italiano, possano spingere per una decisione più lungimirante, cioè che non faccia scoraggiare quelli come me che ancora credono nell’Unione Europea.

Italia e Spagna battono i pugni sul tavolo, chiedendo più vigore nel sostenere la situazione emergenziale e hanno respinto le proposte degli altri paesi nordici. Il Presidente Conte ha dato un ultimatum di dieci giorni di tempo di per rivedere strumenti ormai vecchi di salvaguardia economica europea, direi inesistenti. Possono essere un tempo sufficiente?
Quando non ci sono gli accordi (io ho partecipato a centinaia di vertici europei internazionali) qualcuno dice: “prendiamoci una settimana di tempo per trovare una soluzione”. Se non si è trovata oggi, non si troverà neanche tra dieci giorni, questo è chiaro. Occorre la politica. Se la politica europea è imprigionata da egoismi assolutamente inaccettabili, sarà una strada difficilissima da percorrere; gli olandesi sono quelli che vogliono l’immunità di gregge, cioè sostengono di far ammalare tutti gli abitanti al fine di trovare la difesa contro il virus e potrebbero portare così a dimezzare la loro popolazione. E questo che vogliono? Sono cose talmente pazzesche che persino Johnson, che lo aveva detto, adesso ha istituito il blocco totale di tutta la Gran Bretagna. Gente che ragiona in questa maniera, che pensa che ognuno si possa fare gli affari propri in una casa comune, francamente non fa bene all’Europa. Non posso avere in casa mia un inquilino che mi dice: “Quando rimani fuori di casa, rimani fuori di casa. Poi, quando tutto va bene puoi rientrare.” Questo non funziona proprio.

L’aumento del debito pubblico e la cancellazione del debito privato secondo la ricetta Draghi è una giusta visione? Il bilancio dello stato può essere la mascherina protettiva dell’economia per gli italiani?
Oggi è l’unica visione possibile, l’unica soluzione. In realtà il Presidente Draghi aveva fatto del suo, quando era Presidente della Banca Centrale Europea e aveva salvato l’Euro. In quella fase, tutti lo ricordiamo come un grande difensore del rigore, non certo del debito pubblico. Lavorava con successo per tenere bassa l’inflazione, per evitare che gli stati si indebitassero; appare chiaro che ogni momento però ha la sua ricetta, come hanno affermato tutte le forze politiche italiane. Non chiamiamola ricetta Draghi, è la soluzione necessaria per questo momento terribile di crisi. Il governo federale americano ha messo sul tappeto duemila miliardi di dollari. Non ci vogliono singole posizioni ma valutazioni generali. Oggi si può fare solo cosi: lo stato deve assumere debiti ulteriori perché noi siamo lo Stato e non un piccolo paese, siamo l’Italia, come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Francia. La stessa la Germania ha messo in campo un’altra enorme quantità di aiuto pubblico, questa è la soluzione. Il Presidente Draghi ha ricordato ai governanti: “Io che ero il difensore del rigore e della regola dell’inflazione bassa, oggi vi dico che bisogna spendere denaro pubblico altrimenti le economie muoiono.” Penso quindi che su questa via non ci siano oggi obiezioni, non a caso la stessa Germania ha in qualche modo cercato di sedare i soliti falchi europei scatenati, che ancora continuavano con il ritornello del rigore a tutti i costi. La Merkel ha riposto sul piatto non so quante centinaia di miliardi, mettendo a tacere un po’ tutti.

La situazione che stiamo vivendo sul fronte sanitario può spingere ad una revisione del trattato di Maastricht e altri trattati attraverso un nuovo patto federativo fra stati europei?
Escludo l’ipotesi di rivedere il Trattato di Maastricht o i trattati europei. Se non c’è capacità di un accordo unanime nemmeno sull’aiuto d’emergenza per fare i coronabond o per fare gli eurobond, per un periodo limitato e per contenere una pandemia, è impensabile immaginare che ci si possa mettere intorno ad un tavolo per cambiare un trattato di una portata del genere.

In un suo post su Twitter Professore lei scrive: “L’Olanda blocca l’eurogruppo, veto sui coronabond, ci ricorderemo di questa Europa.” Che Europa ci ricorderemo?
Ci ricorderemo un’Europa degli egoismi, un’Europa in cui ci sono un manipolo di paesi che, a costo di mandare a picco l’ideale per cui l’Unione è nata, decidono di tenersi il proprio gruzzoletto per loro stessi senza pensare che, se cade l’idea di Europa, prima o poi cadranno anche loro. Vorrei vedere la Finlandia andare in giro per il mondo a competere e negoziare con la Cina o con l’India. Non si rendono forse conto che qui non stiamo parlando di piccole e marginali questioni: se vanno in crisi l’Italia, la Francia o la Spagna, saranno i finlandesi o gli olandesi a sostenere il peso dell’Europa rispetto alla Cina, l’India o alla Corea. È una visione di assoluta miopia istituzionale e noi dovremmo ricordarci che purtroppo c’è poco spazio per questa Europa confederale o stati uniti d’Europa di cui si parla, di quello che fu il sogno di De Gasperi.

Professore, da giurista mi dia un parere sull’annoso dilemma sui poteri tra il governo centrale e le regioni. Oggi vediamo problematiche in tema di emergenza sanitaria. I rapporti tra governo e parlamento non sarebbero’ da rimodulare secondo concezioni di democrazia rappresentativa affiancate dalla democrazia diretta?

Io sono sempre stato favorevole nel riparto delle competenze tra stato, autonomie territoriali e regioni ma ci sono temi che sono troppo comuni a tutta l’Italia per poter essere affrontati diversamente dall’uno e dall’altro territorio e questo certamente riguarda l’emergenza. Quando ci sono le situazioni come quella che stiamo vivendo, non a caso c’è la Protezione Civile Nazionale ed esiste ciò che la Costituzione chiama “poteri di indirizzo e coordinamento del Presidente del Consiglio”. Questi poteri non vogliono dire però sostituzione rispetto alle regioni, vogliono segnalare la funzione di indirizzo e coordinamento per cui, se una regione chiude tutto non è possibile che la regione vicina tenga aperto e che soprattutto, non essendoci frontiere tra regione e regione, la gente si trasferisca favorendo il contagio, come purtroppo è accaduto. Certamente questo è il passaggio più delicato di tutti perché siamo in piena emergenza e non dovremmo rimodulare i rapporti tra stato e regioni; dobbiamo pensare ad un futuro in cui questa situazione tragica non ci sarà più. In questo momento è giusto applicare il decreto emergenziale ma bisogna pensare ad un ritorno alla normalità. Nella normalità non è possibile che lo stato centrale faccia tante cose che le singole regioni possono fare autonomamente, è giusto però che lo Stato si riprenda cose che purtroppo le regioni si sono accaparrate nel corso degli anni: penso alle grandi infrastrutture energetiche, al trasporto di livello nazionale. È chiaro che ci sono temi che presuppongono l’unità di indirizzo dello Stato e l’emergenza sanitaria non può che essere statale, al fine di gestire in maniera uniforme i pochi strumenti a disposizione: dove mettere i ventilatori, dove mandare i medici d’emergenza, dove aprire un nuovo ospedale ecc. Sperando che l’emergenza passerà, non si tenti con questa normativa d’urgenza di dare un assetto stabile alla Costituzione del paese; ci sono state conferenze costituzionali, dibattiti parlamentari sulla riforma della Costituzione, non basta uno schiocco di dita per cambiare questo assetto. Facciamolo fino a che l’emergenza non sarà finita.

Il coronavirus cambierà per sempre i nostri libri di storia?
Il coronavirus cambierà i nostri libri di storia, perché è una tragedia paragonabile forse a quella che gli Italiani hanno sofferto durante la seconda guerra mondiale e gli americani giudicheranno seconda solo all’11 settembre. Il livello di dimensione e di gravità è immenso. Questa pandemia però, ci insegnerà che si devono rispettare semplici regole spicciole, basilari: se ti dicono di non andare a correre, pensare di eludere il divieto inventandoti qualche scusa può diventare un problema per gli altri. Cambieremo la nostra mentalità, quella stessa che porta molte persone a parcheggiare in terza fila senza preoccuparsi di nulla. Stavolta in ballo c’è la nostra vita. In ultima cosa, sono felicissimo di vedere che in questi giorni in Campania, dove il governatore sceriffo De Luca è sceso in campo personalmente, i contagi aumentano in misura più contenuta. Si può dire che, con la carota ed il bastone, in una regione in cui si temeva il dilagarsi del contagio, le persone abbiano recepito il messaggio.

Ringrazio il Professor Frattini, come sempre persona illuminata e competente. Dopo aver sentito per giorni dotti medici e sapienti di facebook, l’eloquio del professore ha riconciliato la mia mente. Per una questione scaramantica separo i due volumi delle mie vecchie tesi. Vicino a quella riguardante l’Unità dell’Europa trovo Confessioni di una maschera di Yukio Mishima, (avrebbe dovuto chiamarsi magari Confessioni di una mascherina, se fosse stato scritto al giorno d’oggi) e nella collocazione dell’altro volume “Geopolitica delle lacrime” scelgo di affiancarlo a Psicomagia di Jodorowsky. Come invertire la rotta delle nostre paure, sciogliere i nodi del nostro malessere, semplicemente restando a casa. Andrà tutto bene.

DIARIO ITALIANO DI FRANCO FRATTINI