Libia: È inevitabile l’intervento dei caschi blu (intervista al Presidente Frattini)

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«Un errore avere abbandonato Tripoli»
«La comunità internazionale colpevole c’è stato un grave strappo in politica estera»
«Va liberato quel Paese dai terroristi poi si potrà affrontare il nodo sicurezza»

di Chello Alessandra per Il Mattino

Sulla sua pagina Facebook lo scrive chiaro e tondo: i terroristi non si fermeranno certo con i colloqui di pace. Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri non ha dubbi: l’Onu deve affrontare in Consiglio di Sicurezza il caso-Libia.

Dunque l’intervento delle Nazioni Unite è l’unica strada?
«Certo. L’Egitto e la Francia lo hanno già richiesto. A questo punto si tratta di un passo inevitabile legato a tre precondizioni. La prima, che il governo di Tobruch e il parlamento di Tripoli concordino sul fatto che la minaccia si chiama Daesh e chiedono perciò l’intervento dell’Onu. La seconda che lo voglia la Lega araba. E la terza che anche l’Unione Africana si esprima. Le Nazioni unite devono cambiare il mandato del commissario Leon che deve promuovere l’azione di forza contro il terrorismo».

La Nato:
Erano state gettate le basi per creare la guardia nazionale poi si è deciso di lasciar perdere tornare adesso sarebbe sbagliato

La carta della coalizione dei volenterosi non era percorribile?
«No. Sarebbe stato un grave errore. La coalizione dei volonterosi si sarebbe esposta a diventare una coalizione dei crociati. E così non appena una forza dei Paesi europei avesse messo il piede sul territorio libico senza un quadro di legittimità internazionale avrebbe dato subito occasione di replica ai terroristi».

E invece un intervento della Nato?
«Il compito della missione politica è riprendere il dialogo con la Libia che noi abbiamo abbandonato da quattro anni. La Nato aveva fatto ben due missioni esplorative a Tripoli per creare la Guardia nazionale libica, ma poi ha gettato la spugna. Tornare dopo quel fallimento mi sembrerebbe un’assurdità. Si può pensare che l’avanzata dei terroristi, cui dal 2012 si è assistito senza agire, si fermi con i colloqui di pace? Assurdo. Ora l’Onu deve decidere in fretta per una missione di peacekeeping e peace enforcing».

Non crede che con la Libia la politica italiana ha dimostrato di aver trascurato quella estera sottovalutando i pericoli di derive più o meno sopite?
«L’errore più grave è stato andar via dalla Libia. Quando sono stato ministro degli Esteri parlavamo con il Qatar, gli Stati Uniti, la Turchia, il Regno Unito: con tutti facevamo riunioni operative sulle missioni che avrebbero dovuto rimpiazzare quelle militari. Eravamo pronti a mandare i formatori militari, gli addestratori e invece abbiamo abbandonato quella terra riproponendo quel che è accaduto negli anni 90 con la Somalia che oggi è diventato uno stato fallito. Lo sbaglio è stato non capire che la democrazia andava accompagnata non poteva nascere spontaneamente. Quel terreno è stato occupato dai terroristi e il prezzo ora sarà altissimo».

Insomma, chi è stato il colpevole di questo strappo?
Lo strappo è stato della comunità internazionale che dal 2012 ha mollato tutto mentre ci sarebbe stato bisogno di una forte leadership europea che si fosse mossa per prendere l’iniziativa chiedendosi come mai quella missione Nato fosse finita nelle secche. Questo è il fallimento dell’Europa della sicurezza».

Adesso è troppo tardi per rimediare?
«No. Lo si deve fare, ma è chiaro che prima va liberato il Paese dai terroristi che ormai minacciano di salire e scendere in tutt’Europa. Ormai è emergenza sicurezza che solo le Nazioni Unite possono affrontare».

Esiste davvero un rischio attentati in casa nostra?
«Il rischio è sempre esistito. L’Italia è a sole 50 miglia di mare da Sirte dove ci sono i terroristi. Certo ora è molto più forte perché l’Italia è il primo Paese di arrivo degli immigrati. La nostra Intelligence ha tutto sotto controllo e dunque non vanno lanciati facili allarmismi. Ma la minaccia esiste dopo i fatti di Parigi, Copenaghen e Bruxelles. Ma non è il flusso migratorio il veicolo principale del terrorismo, piuttosto lo è il flusso della paura. In Libia ci sono 800mila persone non libiche che vivono in condizioni estreme. Nel solo 2014 ne sono arrivati 140mila. Ancora una volta la responsabilità è dell’Europa. Quando ero ministro degli Esteri lanciai il Frontex che puntava proprio a creare la guardia costiera euroepa. Ma poi gli egoismi internazionali hanno bloccato tutto. Ora sento riparlare del Pnr europeo sulla tracciabilità degli spostamenti aerei, una cosa perla quale nel 2006 negoziai un accordo che poi però mi fu stoppato dicendo che violava la privacy. Già…quella del sospetto terrorista».

Non sarà che la profezia della Fallaci sull’Islam fanatico si sta avverando: non esistono musulmani moderati. Condivide?
«No. Sono convinto del contrario perché parlo per esperienza personale. Ho conosciuto tanti leader affidabili del Kuwait, dell’Egitto e della Tunisia con i quali un confronto è possibile. L’unica cosa che rimprovero loro è il silenzio. Ad esempio, prima che il rettore dell’Università di Alessandria d’Egitto si esponesse nella condanna dell’Isis, sono trascorse settimane. Perché? Perché la religione resta il solco più profondo. E ogni Imam si arroga il diritto di essere l’interprete più fedele del Corano. Il che fa sì che nessuno prenda mai posizioni alla luce del sole per il timore di essere messo in discussione. Un rischio troppo grande».