Caso Regeni: «Verità nascosta in un mare di documenti»

Intervista a Il Piccolo – Messaggero Veneto

L’ex capo della nostra diplomazia è scettico sulla collaborazione nordafricana.
«Il faldone di oltre 2 mila pagine? Si può morire di overdose d’informazioni…»

di Mauro Manzin

TRIESTE. «È più facile nascondere la verità in un fascicolo di 3 mila pagine che in uno di sole cento. E poi non avremo modo di controinterrogare i 200 testimoni che i magistrati dicono di aver ascoltato».

È scettico l’ex ministro degli Esteri, Franco Frattini, magistrato e giudice dell’Alta corte di giustizia sportiva del Coni, sugli esiti relativi all’uccisione del ricercatore friulano Giulio Regeni.

È d’accordo con l’editoriale di Quds al Arabi in cui si sostiene che accusare il generale Khaled Shalabi dell’uccisione di Regeni è l’unico scenario che resta al governo del Cairo per scagionare le autorità più alte dalle accuse?
«È sicuramente un espediente. È la soluzione di “pesce grosso” più indolore per il Governo del Cairo, quindi è verosimile che si sia pensato a sacrificare lui».

Ci sono altri elementi a riguardo?
«Mi sto sempre più convincendo, proprio perché si è parlato di questo Shalabi, e perché l’anonimo estensore delle mail a Repubblica potrebbe essere un alto ufficiale egiziano oppositore, che vive all’estero, che ci sia in atto uno scontro di apparati del regime».

Quindi liquidare Shalabi non sarebbe una risposta per l’Italia…
«Assolutamente no».

Nelle 3 mila pagine che in queste ore i magistrati italiani stanno vagliando nell’incontro con i colleghi egiziani c’è anche la vera verità su Regeni?
«Ricordo, da “vecchio” magistrato investigatore, che uno può morire di overdose di informazioni. Se io ricevo 10 mila pagine posso avere molte più difficoltà che se ne ricevo cento».

Di che cosa hanno bisogno allora i nostri investigatori?
«I tabulati telefonici del giorno della sparizione di Giulio in tutte le celle telefoniche del quartiere in cui viveva. Poi servono tutte le celle agganciate al luogo del ritrovamento perché è presumibile che chi lo ha mollato lì abbia avuto dei contatti telefonici se non altro per avvisare di aver portato a termine la missione con il cadavere».

Poi ci sono i duecento testimoni che la magistratura egiziana dice di aver sentito sul caso…
«In un sistema che abbiamo visto che è opaco purtroppo se ci mettono 200 testimoni, mah sa non è che noi facciamo il contro interrogatorio».

Può essere che Regeni, a sua insaputa, sia stato manipolato e sia finito in un gioco più grande di lui?
«Escludo che Regeni sia stato manipolato, non escludo che Regeni sia entrato in un gioco più grande di lui».

Regeni vittima del suo rigore di ricerca dunque…
«Certo, ma proprio per questo è indispensabile che questo gioco più grande di lui emerga. L’Egitto, dopo la madre di Regeni, è il primo interessato a che emerga la verità. Il Cairo deve dimostrare al mondo di essere un Paese stabile senza essere un Paese autarchico, dove gli oppositori si fanno sparire».

E se questo danno d’immagine dovesse proseguire?
«Qualcuno nel mondo si comincerà a chiedere: ma un Egitto stabile in mano a un regime dittatoriale è un valore aggiunto per il Medio Oriente, oppure non è forse il caso di ripensare a una nuova stagione di insurrezione popolare?».

Come valuta la posizione del Governo italiano dopo che il ministro degli Esteri Gentiloni ha riferito in Parlamento sulla vicenda Regeni?
«Gentiloni si è espresso con molta dignità e serietà, non è andato oltre quello che era il suo limite naturale, ossia il limite di un Paese che è un Paese amico dell’Egitto e che ha un interesse politico strategico ancora maggiore di quello economico».

E gli interessi dell’Eni sul giacimento di gas scoperto al largo di Alessandria?
«Quel giacimento è più interesse dell’Egitto che dell’Italia affinché sia sfruttato. L’Eni ha giacimenti ancora più grandi in Mozambico, al largo dell’Angola, ha off-shore dappertutto. Se quello dell’Egitto non viene coltivato in fretta è più un problema dell’Egitto».

Quindi noi non siamo nelle mani dell’Egitto per interessi economici…
«Direi di no. Noi abbiamo un interesse geostrategico che l’Egitto sia stabile perché se crolla l’Egitto che sta tra Libia, Israle, Siria, Hamas e l’Iran, crolla un pezzo del Medio Oriente che finora ha tenuto in una delle aree più delicate del pianeta».