A 5 anni dall’assassinio di Shahbaz Bhatti

“Onorare la memoria di Shahbaz vuol dire comportarsi in modo tale che, se ci fosse ancora, sarebbe davvero fiero di noi”

di Franco Frattini, amico di Shahbaz, ex ministro degli Esteri e presidente della SIOI

Se è vero che la memoria è lo strumento più forte di cui disponiamo per combattere la codardia, allora mantenere vivo il ricordo di Shahbaz Bhatti è l’opportunità e la responsabilità, le più grandi che abbiamo, per scuotere le coscienze della gente e mutare la violenza in tolleranza, l’indifferenza in fraternità.

La storia ci ha insegnato a quali eccessi può condurre l’intolleranza, una seria minaccia per la pace, la democrazia e la sicurezza. Negare la diversità, discriminare un individuo, o – peggio – perseguitarlo per la sua fede religiosa sono gli atti più barbari che un individuo possa compiere. Eppure, in un mondo che si considera “maturo” dal punto di vista delle libertà civili, la verità è che si continua ad essere testimoni di numerosi tentativi di oppressione e di imposizione ad altri di una particolare idea religiosa, sia attraverso il proselitismo coercitivo, sia mediante la negazione vera e propria dei diritti inalienabili della persona umana.

E’ ciò che è accaduto a Shahbaz Bhatti, un caro amico prima ancora che un collega esemplare e un valente ministro del Pakistan. Il suo nome era quasi sconosciuto alle cronache internazionali fino al 2008, quando il presidente pakistano Asif Ali Zardari decise di nominarlo ministro per le minoranze religiose. Primo cristiano membro di un governo nella Repubblica islamica del Pakistan.

Shahbaz non era un uomo di partito e non avrebbe voluto diventare né parlamentare, né ministro. Ma alla fine, accettò di assumere l’incarico, come lui disse, “per il bene degli emarginati”. Perché Shahbaz era un cittadino di profonda fede, di lungimirante sapienza e di tenace carità. Un tessitore instancabile di dialogo interreligioso, che ha dedicato la sua vita ai poveri, agli oppressi e ai bisognosi, affinché fosse garantita loro l’uguaglianza e la libertà di culto.

Da uomo che lotta a mani nude, Bhatti diventa anche un ministro coraggioso. E quindi un martire. Shahbaz non è stato assassinato perché era un ministro qualsiasi del governo pakistano: lui è stato ucciso per quella straordinaria serenità e quel forte coraggio con cui si è battuto per uno Stato laico. Un Pakistan in cui tutte le religioni potessero convivere in tutta libertà, in pieno sviluppo e in sicurezza. Lui, grande federatore di fronte al mondo tanto diviso delle minoranze, che ha pagato con la vita l’impegno a favore delle vittime della legge contro la blasfemia e per aver difeso Asia Bibi, arrestata, condannata a morte e poi diventata il simbolo della resistenza contro una legge discriminatoria.

Shahbaz avrebbe voluto vedere “un Pakistan moderno e democratico, senza discriminazioni di casta, credo o religione. Un Pakistan dove ogni cittadino venga trattato allo stesso modo”. Ma sapeva che questa battaglia non sarebbe stata né facile né tranquilla. Eppure, lui non ha mai avuto paura per sé. Semmai, ne aveva per gli altri. “I poveri non hanno religione”, diceva. Lui stava dalla loro parte, senza badare al singolo credo.

Shahbaz si batteva mentre il mondo lo ignorava. Fiumi di dichiarazioni precostruite, ma la verità è che alle parole di solidarietà giunte dalle capitali straniere non sono mai seguiti gesti concreti. Shahbaz è stato abbandonato. Ha lavorato nell’ombra, in condizioni precarie di sicurezza e in totale assenza di collaborazione da parte della comunità internazionale fino a quel dannato 2 marzo del 2011. Il giorno delle “lacrime di coccodrillo”, come l’avevo ribattezzato apprendendo in Farnesina del brutale assassinio di un caro amico.

Si è dovuti aspettare la morte di un fedele e di un uomo delle istituzioni, perché anche l’Europa, fino ad allora codarda ed ipocrita, muovesse i primi passi verso una più severa rivendicazione di tutte quelle esigenze di libertà, di verità, di giustizia, di bontà e di felicità che muovono la vita di ogni uomo. Ivi compresa la libertà di professare liberamente il proprio culto.

Ma per eliminare gli effetti dell’intolleranza, non basta proteggere le minoranze, riducendole così a categoria di minori civili o individui sotto tutela dello Stato. Anche questa è una forma di discriminazione che ostacola se non impedisce lo sviluppo armonico di una società e la pacifica convivenza tra i popoli.

Ciò che è mancato e continua a mancare in molte parti del mondo è il diritto di seguire la propria coscienza e di professare la propria fede, così come il dovere di condannare severamente coloro che trasgrediscono a questi principi, perseguitando le minoranze e ricorrendo alla più cruda violenza.

La scomparsa di Shahbaz Bhatti è stata un’indimenticabile perdita per tutti coloro che hanno sempre creduto nel rispetto dei diritti dell’individuo e delle minoranze quale principio alla base di una società giusta e democratica. Onorare la memoria di Shahbaz, allora, vuol dire comportarsi in modo tale che, se ci fosse ancora, sarebbe davvero fiero di noi.