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Pubblichiamo il testo della Conferenza tenuta il 4 ottobre u.s. in lingua italiana da Sir Ivor Anthony Roberts, Ambasciatore del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, sul tema: "Il primo trimestre della Presidenza britannica dell’Unione Europea: bilancio e prospettive",
facendolo precedere dall'intervento introduttivo dell'Amb. Umberto La Rocca, Presidente della SIOI.
Intervento introduttivo dell'Ambasciatore Umberto La Rocca
La SIOI è molto grata a Sir Ivor Roberts, Ambasciatore del Regno Unito di avere cortesemente accolto il suo invito ad una presentazione del semestre di presidenza britannica dell'Unione Europea. La sua esposizione, come molti di voi ricorderanno, era originariamente prevista per il 19 luglio ma una sopravvenuta visita del nostro Ministro degli Esteri a Londra, in quella stessa data, ha coinvolto necessariamente l'Ambasciatore britannico e anche il Direttore Generale per l'Integrazione Europea della Farnesina Min. Plen. Ferdinando Nelli Feroci del quale era prevista la partecipazione all'incontro promosso dalla SIOI.
Anche per oggi era prevista la presenza di Ferdinando Nelli Feroci ma il sopravvenuto vertice italo-francese a Parigi non gli ha consentito di essere con noi. Ha già espresso il suo rammarico all'Ambasciatore Roberts e per il mio tramite si scusa con voi di questa sua involontaria defezione.
Mi si lasci aggiungere che lo spostamento dell'incontro con Sir Ivor Roberts ad ottobre presenta un aspetto positivo perché consente una verifica in corso d'opera del programma della presidenza del Regno Unito e potrà fornirci qualche utile indicazione sullo stato di avanzamento di importanti problemi che figurano nell'agenda europea.
Nel suo intervento, Sir Ivor potrà avvalersi di una lunga esperienza europea maturata sia in Europa Occidentale che nei Balcani. Prima di assumere le sue funzioni a Roma, egli è stato, infatti, Ministro a Madrid e Ambasciatore a Belgrado e Dublino. Durante la sua carriera, egli ha mantenuto costanti contatti con il mondo accademico e in particolare con Oxford, dove si è laureato e ha trascorso un anno sabbatico tra la sua missione a Belgrado che ha avuto termine alla fine del 1997 e la sua missione a Dublino che ha avuto inizio nel 1999.
Tutti i suoi estimatori saranno lieti di apprendere che l'anno prossimo, al termine della sua carriera diplomatica, egli sarà nominato al vertice di un prestigioso College della sua Oxford.
Il semestre di Presidenza britannica si colloca in un periodo delicato e travagliato del percorso unitario europeo di cui l'esito negativo del referendum sul Trattato costituzionale, dapprima in Francia e successivamente in Olanda rappresenta il sintomo più evidente e preoccupante nella misura in cui riflette un profondo disagio dell'opinione pubblica europea che deve essere oggetto di attenta riflessione da parte dei Governi dell'Unione.
Ciò perché, al di là del tema specifico della Costituzione europea, quel disagio esprime diffidenze e resistenze di ampie categorie di cittadini europei che concernono vari aspetti del processo unitario ivi compreso l'allargamento, soprattutto per i modi e tempi con cui è stato gestito.
La lezione che se ne trae è che l'unità del nostro Continente non è un problema che interessa solo ai Governi ma coinvolge tutti i cittadini che sono portatori di interessi concreti che non possono essere ignorati. È' indispensabile che i Governi intensifichino il dialogo con i propri cittadini per sopire i loro timori e convincerli dei benefici che tutti sono destinati a trarre dal successo del progetto unitario europeo.
Le aree di interesse e le priorità della Presidenza britannica sono state enunciate dal Primo Ministro Blair al Parlamento Europeo alla fine dello scorso mese di giugno, indicandole nei seguenti termini generali: 1. ruolo dell'Europa nel mondo 2. riforma economica e giustizia sociale 3. sicurezza e stabilità 4. prospettive finanziarie.
Oggi a tre mesi di distanza, è interessante esaminare e valutare le iniziative assunte in tale contesto dalla Presidenza britannica e soffermarsi sulle prospettive dei prossimi tre mesi.
Ciò naturalmente tenendo conto del fatto che sei mesi sono un periodo ristretto che impone costrizioni al Paese che esercita la Presidenza limitandone la sfera di azione e creando le basi di un necessario collegamento con la Presidenza precedente e con quella successiva (nel caso presente, rispettivamente con quella lussemburghese e quella austriaca).
Rimane comunque il fatto che sulle questioni di maggiore rilievo e di particolare attualità un'azione incisiva della Presidenza può determinare una favorevole evoluzione di determinate situazioni.
Nelle quattro categorie di temi prioritari indicati dal Primo Ministro britannico figurano problemi che sono al centro dell'agenda europea quali l'incremento del livello qualitativo delle capacità a disposizione della CED, il rilancio della strategia di riforme economiche definita a Lisbona nel 2000 e l'attuazione del programma pluriennale volto a consolidare lo spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia dell'Unione ampliata, il cosiddetto programma dell'Aja, con particolare riguardo alla politica comune in materia di asilo e di immigrazione, alla lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata e al rafforzamento della cooperazione di polizia e giudiziaria.
Ciò senza dimenticare lo spinoso problema delle prospettive finanziarie per il periodo 2007-2013, dopo l'impasse che si è verificato al Consiglio europeo di Bruxelles del 16 e 17 giugno 2005.
E, last but not least, il tema dell'allargamento, non solo per quanto concerne la Turchia (il cui negoziato di adesione ha conosciuto stanotte un travagliato inizio che ci ha lasciati per 48 ore con il fiato sospeso), ma anche la Bulgaria e Romania per le quali si è in attesa di un Rapporto della Commissione al fine della formalizzazione delle rispettive adesioni, la Croazia il cui negoziato di adesione ha avuto anche esso il semaforo verde con l'accertamento della piena collaborazione di Zagabria con il Tribunale penale internazionale per la Ex Jugoslavia e, infine, in una prospettiva più remota, i Balcani occidentali e il progressivo avvicinamento di quei cinque paesi all'UE.
Su questi o su altri temi di attualità che riterrà di scegliere ascolteremo, con interesse le informazioni aggiornate e le osservazioni autorevoli dell'Ambasciatore britannico, ma ritengo che necessariamente il nostro pensiero tenderà a proiettarsi oltre i limiti di tempo della presidenza del Regno Unito, collocando i problemi specifici che saranno affrontati oggi nel contesto più ampio delle scelte di fondo che si pongono in prospettiva all'Unione europea.
Queste scelte, a ben vedere, si riassumono in una scelta di fondo che consiste nella definizione del concetto di identità europea che poniamo alla base del progetto unitario.
Ciò che dobbiamo capire è su quale identità europea è possibile raggiungere un consenso generalizzato che definisca la fisionomia interna, i limiti territoriali e la proiezione esterna dell'Unione.
E sul piano istituzionale quale veste dare all'Unione? Una Europa ispirata ai principi del federalismo o un'Europa degli Stati, oppure una soluzione intermedia?
Infine, occorre definire il metodo più idoneo a favorire l'attuazione del progetto unitario condiviso, conciliando l'esigenza dello slancio dinamico con quella della salvaguardia della coesione.
In tale contesto, si è ripreso a parlare, tra l'altro, di un'Europa a più velocità (sul modello di quelle già esistenti) che non abbia carattere discriminatorio ma apra la strada a progressi di cui, in prospettiva, saranno tutti beneficiari.
Appare quindi necessario non distogliere lo sguardo da questi obiettivi di fondo anche quando affrontiamo la quotidianità dei problemi dell'Unione.
Se non lo facciamo, al di là di ogni retorica, rischiamo di continuare a girare in tondo, andando prima verso la paralisi e poi il declino.
Il merito del Primo Ministro britannico nel suo intervento al Parlamento europeo per la presentazione del programma del semestre di Presidenza del Regno Unito, è stato, a mio avviso, quello di avere pronunciato parole di alto profilo europeo, ricordando le tappe del suo percorso di europeista appassionato, come ha voluto autodefinirsi, confermando di concepire l'unità europea essenzialmente come un progetto politico, definendo l'Unione Europea come un'unione di valori e affermando che, di fronte ai nuovi scenari mondiali, occorre che l'Europa si rinnovi perché altrimenti è destinata a fallire.
Nello stesso spirito mi sembra che sia stato concepito dal Governo di Londra il vertice informale dei Capi di Stato e di Governo che si svolgerà il 27 e il 28 ottobre a Hampton Court e che nelle intenzioni della presidenza vorrebbe offrire a quelli stessi Capi di Stato e di Governo che si erano divisi a giugno sulle prospettive di entrata in vigore del Trattato Costituzionale, di recuperare una immagine di unità e concordia in particolare ma non solo intorno agli obiettivi di crescita e coesione sociale in un contesto di crescente globalizzazione.
Qualcuno, sul Continente, potrebbe osservare che in materia europea, il Primo Ministro britannico è sempre stato in una posizione avanzata rispetto ai suoi connazionali. Questo è vero ma non dimentichiamo che Tony Blair è un uomo tenace, dotato di una notevole forza di persuasione e che, nella sua storia politica, la Gran Bretagna ha saputo spesso coniugare felicemente idealismo e pragmatismo.
Intervento dell'Ambasciatore Sir Ivor Anthony Roberts Vorrei iniziare con l’esprimere i miei ringraziamenti all’Amb. Umberto La Rocca e ai suoi colleghi per aver organizzato questa conferenza e per tutto il lavoro che la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale compie al fine di promuovere la conoscenza dell’Unione Europea e degli affari internazionali.
Per i componenti più giovani di questo pubblico, in particolare, permettetemi di iniziare con un po' di storia personale. Quando cominciai a lavorare nel Foreign and Commonwealth Office (il Ministero degli Esteri britannico) nel 1968, il Regno Unito, assieme ad altri diciotto degli attuali partner della Ue, non faceva parte dell'allora Comunità Economica Europea. In seguito, i successivi allargamenti hanno fatto spostare le frontiere esterne della Ue verso sud, negli anni Ottanta, e verso est e sud nello scorso anno.
Con ciascun allargamento, l'unione si è adattata ed ha apportato maggiori stabilità e prosperità al continente. Ieri, la Ue ha avviato i negoziati sull'adesione con la Turchia, paese in cui rapporti con la Ue risalgono a prima dell'adesione del Regno Unito. Come è stato dimostrato dalle precedenti ondate di allargamenti, il processo che porta all'avvio di negoziati sull'adesione fa da elemento catalizzatore per una riforma democratica. Dimostrando che l'Europa non deve essere considerata una mera estensione geografica, bensì un'unione che promuove la good governance e la salvaguardia dei diritti umani fra quanti chiedono di aderirvi; nonché un'unione ormai consapevole di dover dare ora dei risultati tangibili ai comuni cittadini europei.
Quando il Primo Ministro britannico Tony Blair è intervenuto al Parlamento Europeo alla vigilia del turno britannico di Presidenza, non si è soffermato sui problemi incontrati prima e durante il Consiglio Europeo di giugno, ma ha parlato invece di Opportunità.
Nei primi tre mesi della nostra Presidenza, abbiamo cercato di riallacciarci a quei temi che sono importanti per la gente d'Europa, tracciando un indirizzo futuro per l'unione. Nel suo intervento all'Istituto dell'Unione Europea di Firenze di oltre due settimane fa, Douglas Alexander, Vice-Ministro britannico per l'Europa, ha sviluppato le argomentazioni del Primo Ministro presentando le ragioni a favore di un'Europa Globale imperniata su pace, prosperità e democrazia. Una trinità di valori che si collocano esattamente nel cuore del passato e del futuro dell'Europa. Stasera voglio parlarvi di come vediamo debba avanzare l'Europa nel corso della nostra Presidenza e delle questioni di cui devono occuparsi i leader europei per l'Europa del futuro.
Durante il nostro turno di Presidenza, vogliamo aumentare la pertinenza dell'Unione producendo risultati tangibili su questioni d'importanza per la gente europea. Realizzare un'architettura per una maggiore collaborazione sulla sicurezza, la giustizia e gli affari interni, e fare il necessario per creare occupazione e stimolare la crescita. Inoltre, vogliamo fare in modo che le decisioni assunte a Bruxelles tengano conto delle sfide internazionali – di ordine politico, economico, strategico e sociale - cui si trova di fronte l'Europa. E, come ha affermato il Presidente della Commissione Barroso, “Questo è il momento di superare le resistenze verso una collaborazione più stretta e di sfruttare appieno le sinergie offerte dal livello Ue”.
Allora, cosa vuole dire tutto questo? L'idea di un'Europa unita ed in comune collaborazione mantiene la sua importanza di sempre. Ma l'Unione deve anche essere protesa verso l'esterno. Come tutte le istituzioni, deve adattarsi. Le priorità di cinquant'anni fa ci sono state molto utili allora, ma potrebbero non avere la stessa pertinenza oggi. Fare muro comune cercando di sottrarci alla sfida della globalizzazione ed alle sfide che il terrorismo pone alla sicurezza non è una scelta. Chi la appoggia compie un immenso errore strategico. Rischia di deludere l'Europa. La sfida è molto chiara.
Permettetemi di aggiungere poche parole sulle minacce alla sicurezza che gravano sull'Europa. Gli attentanti di Londra del luglio scorso e quelli dell'anno passato a Madrid hanno dimostrato la necessità di rispondere efficacemente alle nuove sfide mondiali alla sicurezza; dobbiamo quindi collaborare su questioni quali il terrorismo, la criminalità organizzata e l'immigrazione clandestina. Agendo uniti, saremo più stabili, sicuri e fiorenti che come singoli Stati Membri. A tal fine, come Presidenza ci stiamo concentrando sulla realizzazione del Programma di Lavoro dell'Aja. In particolare, siamo impegnati a portare avanti il Piano d'Azione Antiterrorismo della Ue che prevede misure quali il Mandato Europeo di ottenimento delle Prove che permetterà alle forze dell'ordine di avere rapido accesso a prove importanti da altre parti della Ue. Noto con molto piacere che la collaborazione fra Regno Unito e Italia sul Mandato d'Arresto Europeo ha portato alla decisione del tribunale italiano di estradare Hamdi Issac, in relazione agli attentati del 7 luglio.
La nostra politica antiterrorismo deve inoltre collegarsi ad una strategia più generale sulla giustizia e gli affari interni che si occupi delle radici, delle cause e delle conseguenze del terrorismo. È per questo che stiamo elaborando un Piano d'Azione sul traffico di esseri umani e stiamo operando a favore di una più ampia cooperazione di polizia di portata europea. Per noi, gestire le migrazioni verso la Ue attraverso legami più forti con i principali paesi di origine in tutto il mondo vuol dire il rafforzamento delle frontiere della Ue.
Ma sia ben chiaro: non stiamo propugnando una 'fortezza Europa'. Il futuro dell'Europa non comporta l'innalzamento di ponti levatoi. Vuol dire piuttosto riconoscere le sfide cui tutti noi ci troviamo di fronte ed operare uniti per sviluppare strumenti che permetteranno all'Europa di prosperare in un mondo sempre più globalizzato.
Prendiamo in esame le sfide di carattere economico. L'India già produce un numero maggiore di laureati in materie scientifiche di tutti i paesi europei uniti assieme. Nell'ultimo quinquennio, la Cina ha triplicato la propria spesa per Ricerca e Sviluppo. Delle 20 università principali nel mondo odierno, soltanto due si trovano in Europa. 4 milioni di studenti si laureeranno in Cina ed India quest'anno. Con l'andamento attuale, nel giro di 20 anni gli americani saranno per il 50% più ricchi degli europei. Tutto questo dovrebbe essere un segnale d'allarme: rischiamo di rimanere indietro.
Non è difficile trovare le risposte. Dobbiamo investire in conoscenze, competenze, attive politiche del mercato del lavoro, parchi scientifici ed innovazione, istruzione superiore, risanamento urbano ed aiuti alle piccole imprese. In altre parole, dobbiamo tramutare in realtà l'agenda di Lisbona per la riforma dell'economia europea. Perché senza un'economia più forte, tutte le nostre altre speranze ed ambizioni per l'Europa rischiano di venire deluse. Così facendo, risponderemo alle preoccupazioni reali dei cittadini europei riguardo il proprio futuro economico. Perché tramutare in realtà l'agenda di Lisbona vorrà dire imprese europee più competitive, operai più qualificati, migliori posti di lavoro, maggiori investimenti laddove è veramente necessario.
Ci occorre un riesame fondamentale della spesa Ue per poter promuovere queste vere priorità economiche, per ristabilire la competitività europea invece di sovvenzionare la produzione di bestiame e cereali. In quanto a misure specifiche, come Presidenza cercheremo di raggiungere un accordo su alcuni dossier difficili come la Direttiva sui Servizi – le industrie dei servizi rappresentano il 70% del PIL della Ue - e la Direttiva sull'Orario di Lavoro. Stiamo inoltre portando avanti l'attività sulla migliore regolamentazione, smantellando la burocrazia che grava pesantemente sulle nostre piccole e medie imprese. Talvolta ci si riferisce a liberalizzazione e migliore regolamentazione come a delle minacce. Ma non lo sono. Al contrario, sono delle grandi opportunità, centrali per la rivitalizzazione dell'economia europea.
Come ha affermato il Primo Ministro nello scorso giugno, alla Ue occorre un bilancio basato sulle esigenze e priorità reali dell'Unione – per fini interni ed esterni - nel corso della prospettiva finanziaria fino al 2013. Ma il problema di fondo nel dibattito sul bilancio è lo stesso che ha generato i problemi relativi alla ratifica della costituzione: l'incapacità di collegare la discussione sulla politica nelle riunioni Ue con quanto sta effettivamente a cuore ai cittadini europei. Se decidiamo un bilancio per il 2007 - 2013, questo dovrà essere un bilancio moderno e razionale, che rispecchi le priorità che ho indicato. Dovrà essere un bilancio che rifletta i bisogni dell'Europa e le preoccupazioni degli europei del XXI secolo.
È per questa ragione che vogliamo riesaminare il funzionamento della PAC. Riteniamo che le ragioni a favore di tale riesame poggino non soltanto sugli effetti distorsivi della PAC. Né poggiano esclusivamente sul costo - nonostante la PAC costi ai consumatori e contribuenti della Ue circa 100 miliardi di euro ogni anno, ovvero circa 1000 all'anno per una famiglia media di quattro persone. Come ha detto Tony Blair ai Parlamentari europei a giugno, ”Un Bilancio moderno per l'Europa non è un bilancio che, fra dieci anni, starà ancora spendendo il 40% del proprio denaro per la PAC”.
Naturalmente, occorre una gestione oculata dei cambiamenti. I coltivatori devono adeguare le proprie imprese per fare in modo che l'agricoltura resti parti integrante dell'economia europea negli anni a venire. Ma deve essere un settore fondamentalmente sostenibile, che produca alimenti sicuri ed abbordabili per il mercato.
È quindi giusto che la Ue esamini attentamente e profondamente in che modo la spesa pubblica diretta verso questo settore possa produrre i vantaggi necessari ai cittadini Ue. Il finanziamento dell'agricoltura, come di ogni settore della spesa pubblica, dovrebbe incentrarsi sulla realizzazione di obiettivi specifici per i contribuenti quali, ad esempio, i benefici di carattere ambientale o paesaggistico.
C'è chi sostiene che i ‘No’ di Francia e Paesi Bassi hanno fatto deragliare l'Europa nel suo cammino, in particolare sull'allargamento. La decisione di ieri di aprire i negoziati sull'adesione con la Turchia è il segno più chiaro del fatto che l'allargamento non significa portare via risorse o posti di lavoro agli Stati Membri già esistenti ma, al contrario, aumentare il nostro accesso ai mercati e le opportunità per noi tutti. I precedenti allargamenti hanno in effetti creato più scambi. Innalzando i livelli di vita in Grecia e Spagna, ad esempio, si sono create delle opportunità per gli esportatori e gli investitori francesi, italiani e britannici. Lo stesso accadrà con gli ultimi allargamenti e con i prossimi. Quindi, il Regno Unito è convinto che la Ue debba tener fede al fermo impegno assuntosi con i futuri membri sull'allargamento. Non dobbiamo dimenticare che l'allargamento è uno dei successi storici dell'unione, che estende una zona di pace e stabilità nella Ue e funge da motore per il cambiamento democratico. Volgere le spalle all'allargamento non farebbe che indebolire la nostra competitività incoraggiando un atteggiamento ristretto di chiusura. E genererebbe inoltre incertezza circa le frontiere europee.
Quindi, con l'allargamento, le frontiere dell'Unione cambiano di nuovo come hanno fatto fin dall'avvento dell'unione, conferendo ulteriore importanza alla costruzione di un'Europa forte che sia protagonista attiva nella politica estera. Nell'ambito della politica estera e di sicurezza comuni della Ue, l'Unione ha già dimostrato che, operando uniti, siamo in grado di promuovere e sostenere la stabilità in molte regioni del mondo. Nel corso della nostra Presidenza, siamo impegnati a rafforzare la pace e la stabilità attraverso la missione militare Ue in Bosnia, a conduzione britannica, di cui l'Italia assumerà la direzione a dicembre; attraverso la creazione di capacità di polizia in Bosnia e Macedonia, e svolgendo un ruolo costruttivo nei negoziati sullo status del Kosovo.
Stiamo inoltre operando assieme ai partner per promuovere la pace, la stabilità e le riforme in Medio Oriente, Afganistan ed Africa, sostenendo il processo di pace in Medio Oriente ed anche il disimpegno israeliano da Gaza; aumentando la capacità di sicurezza palestinese; tenendo fede agli impegni della Ue nei confronti dell'Iraq; operando riforme attraverso il processo EuroMed; proseguendo il dialogo con l'Iran e realizzando gli impegni Ue verso la missione dell'Unione Africana in Darfur. INSERT ACEH? Stiamo inoltre attivamente migliorando le capacità di difesa europea, intervenendo attraverso l'iniziativa dei gruppi di battaglia Ue e l'Agenzia di Difesa Europea. Sia con la NATO o, laddove questa scelga di non prendere parte, al di fuori di essa.
Come Presidenza congiunta di Ue e G8, il Regno Unito è impegnato a porre l'Africa, lo sviluppo sostenibile ed il cambiamento climatico al centro della propria politica estera collettiva. Vogliamo sviluppare una strategia pluriennale per l'Africa, prendendo le mosse dall'impegno storico assunto dalla Ue nel giugno scorso di raddoppiare gli aiuti allo sviluppo estero da 40 miliardi di dollari dello scorso anno a 80 miliardi di dollari entro il 2010. Il futuro dell'Africa dipende dal nostro impegno a sostenere la governance, la pace e la sicurezza, l'accesso ai servizi essenziali, la crescita e il commercio. I Membri dell'Unione Europea oggi forniscono il 55% di tutti gli aiuti ufficiali allo sviluppo, rendendo di gran lunga la Ue il primo donatore del mondo. Il mese scorso, il Cancelliere dello Scacchiere britannico ha annunciato - in collaborazione con partner di importanza centrale, come l'Italia - una nuova Struttura Finanziaria Internazionale per l'Immunizzazione per un valore di 4 miliardi di dollari per vaccinazioni che, da sole, nell'arco dei prossimi dieci anni, salveranno la vita di 5 milioni di bambini in alcuni fra i paesi più poveri del mondo. Quindi, sia sotto l'aspetto degli aiuti che dello sgravio del debito, sono stati compiuti progressi reali negli ultimi mesi.
Ma l'assistenza finanziaria non basta. Come ha detto Douglas Alexander a Yale il 21 settembre, la nostra opportunità, nelle 12 settimane cruciali che ci separano dal Ministeriale sul Commercio Mondiale di Hong Kong, consiste nell'accompagnare questi progressi in campo commerciale ad un accordo che realizzi una maggiore crescita economica internazionale, con un migliore accesso ai mercati per i paesi in via di sviluppo. Un positivo round sul commercio ha le potenzialità di far uscire dalla sopravvivenza con meno di due dollari al giorno 140 milioni di persone: 60 milioni nella sola Africa subsahariana. Dobbiamo garantire un esito ambizioso a Hong Kong se vogliamo iniziare a realizzare questi benefici.
Quindi, la Commissione Europea, il Governo statunitense ed i rappresentanti di ognuno dei 148 stati membri del WTO che si riuniranno ad Hong Kong avranno una pesante responsabilità. Se vogliamo evitare la débacle di Seattle e la delusione di Cancun, occorre trovare un modo di andare avanti che rispecchi e faccia avanzare questa dimensione di sviluppo.
Quando guardate all'Europa da lontano, sono di più le cose che ci legano di quelle che ci separano. Perciò, torniamo a questa parola-chiave: Opportunità. C'è ancora molto da fare nella Presidenza britannica. Il futuro dell'Europa dipende dal nostro avere politiche interne ed esterne coerenti in ogni settore. Come ha affermato il Primo Ministro a Bruxelles, “Un'Europa così – con l'economia in via di modernizzazione e la sicurezza migliorata da una chiara azione sia all'interno dei nostri confini che al di fuori di essi – sarebbe un'Europa sicura di sé. Sarebbe un'Europa sufficientemente sicura di sé da considerare l'allargamento non come una minaccia ma come una straordinaria opportunità storica per costruire un'unione più grande e più potente”. Siamo ansiosi di lavorare assieme ai nostri partner in Italia e nel resto dell'Unione per offrire sei mesi di vere realizzazioni per gli europei e per l'Europa su scala mondiale.
Spero di non aver parlato troppo a lungo. Come Dante ci ricorda” Vassene il tempo e l’uom non se n’avvede” (Purg IV, 9)
Molte grazie.
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