SESSANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA SIOI

I SESSANTA ANNI DELLA
SIOI
Il 4 ottobre 2004 si è svolta nel salone
di Palazzetto di Venezia la celebrazione del 60° anniversario
della fondazione della Società, onorata dalla presenza
del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dalla partecipazione
di autorevoli membri del Parlamento e del Governo, di alte cariche
dello Stato e di diplomatici italiani e stranieri, nonché
rappresentanti di Organizzazioni internazionali. Erano anche presenti
i più alti rappresentanti del Comune di Assisi, città
che, con il suo Ufficio per il Sostegno alle Nazioni Unite, è
ormai legata alla SIOI da un particolare e fecondo rapporto di
collaborazione (e non si dimentichi che il 4 ottobre è
il giorno di San Francesco
). Queste presenze hanno costituito
un ulteriore lusinghiero riconoscimento del ruolo svolto dalla
Società, fin dalla sua fondazione, al servizio del Paese.
Prima di accedere alla sala della cerimonia, il Capo dello Stato
ha tenuto a salutare i membri degli organi sociali, presenti quasi
al completo: del Consiglio direttivo, del Consiglio scientifico,
del Comitato per i Diritti Umani e del Collegio dei Revisori dei
Conti.
Avremmo voluto avere con noi tutti i nostri soci, di ogni parte
dItalia. Avremmo voluto avere quanti giovani o ormai
meno giovani hanno seguito i nostri corsi e ne hanno tratto
beneficio: ce lo hanno purtroppo impedito le tiranniche esigenze
dello spazio disponibile nella nostra Sede sociale.
Ce ne scusiamo e riteniamo di far cosa gradita a loro e utile
per la memoria storica della Società riprodurre su questa
Rivista gli interventi del Presidente Umberto La Rocca, del Vicepresidente
Giovanni Conso e del Senatore Giuliano Vassalli, che hanno formato
il fulcro della cerimonia: interventi nei quali i nostri lettori
potranno ripercorrere le origini e le maggiori vicende della Società,
ma al tempo stesso riconoscere limpegno a proseguire nella
strada percorsa, talora non senza difficoltà, in questi
sei decenni, per lattuazione degli alti obiettivi che nel
1944 i Fondatori avevano iscritti nello Statuto dellallora
nascente SIOI.
INTERVENTO DELL'AMBASCIATORE
UMBERTO LA ROCCA - Presidente della SIOI
La SIOI celebra oggi il sessantesimo anniversario
della sua fondazione rievocando gli uomini e le vicende che sono
all’origine della Società, senza trascurare alcune tappe significative
del cammino percorso negli anni seguenti. Siamo particolarmente
grati al Presidente Giuliano Vassalli e al Presidente Giovanni
Conso di aver voluto recare a questa celebrazione un autorevole
contributo che è frutto di una loro conoscenza diretta della SIOI.
Giovanni Conso è da cinque anni presidente del Comitato per i
diritti umani della SIOI e ne illustrerà il ruolo in uno dei settori
di maggior impegno dell’attività societaria, allargando il suo
esame al tema della tutela dei diritti umani nel mondo che ha
assunto aspetti di drammatica attualità. Giuliano Vassalli è socio
della SIOI dal 1945 e ha vissuto in prima persona il suo travagliato
esordio, condividendo il progetto che Roberto Ago e i suoi colleghi
ed amici riuscirono ad attuare con passione e determinazione.
Ed egli potrà collocare la nascita della SIOI nel più ampio contesto
storico-politico di un momento ad un tempo tragico ed esaltante
che lo vide non solo attento testimone ma anche grande protagonista.
Da parte mia, in questo intervento introduttivo, ripercorrerò
i primi passi della SIOI privilegiando il tema delle attività
direttamente collegate alla organizzazione della Comunità Internazionale,
e più specificamente alle Nazioni Unite che hanno costituito sin
dall’inizio un interesse preminente della Società. L’Assemblea
costitutiva della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale
si tenne il giorno 4 Ottobre 1944, dalle ore 15.00 alle ore 19.00,
in una sala di Palazzo del Drago in Via Quattro Fontane, di cui
era stata ottenuta la temporanea disponibilità. I lavori svoltisi
sotto la Presidenza di Leopoldo Piccardi, si conclusero con l’adozione
di due decisioni l’approvazione dello Statuto e la designazione
delle cariche sociali che dettero vita alla SIOI e le consentirono
di iniziare le sue attività. Lo Statuto rifletteva gli orientamenti
internazionalistici dei promotori della SIOI e auspicava, all’art.
1 "di promuovere lo sviluppo di uno spirito internazionale che
superando nella visione degli interessi generali il particolarismo
ispirato dall’assoluta sovranità degli Stati, faciliti l’instaurazione
di un giusto e pacifico assetto della Comunità internazionale".
Per il resto, lo Statuto dava attuazione al progetto tenacemente
accarezzato, già durante gli anni della clandestinità, da un gruppo
di uomini di pensiero, in prevalenza giuristi, storici ed economisti,
tutti legati agli ideali della libertà e della democrazia, di
dar vita ad un centro di studio, di ricerca e di informazione
sui problemi internazionali e, in particolare, sugli aspetti istituzionali
della Comunità Internazionale. Per quanto concerne il Consiglio
Direttivo, Dionisio Anzilotti fu eletto alla Presidenza. Le due
Vice Presidenze furono rispettivamente affidate a Tomaso Perassi
e a Leopoldo Piccardi. La carica di Segretario Generale andò a
Roberto Ago e quella di Tesoriere a Pasquale Saraceno. Una procedura
in due tempi fu adottata in merito all’elezione dei rimanenti
membri del Consiglio Direttivo. Fu, infatti, deciso che sarebbe
stata coperta solo una parte dei posti di consigliere, riservando
la nomina degli altri alla liberazione totale del territorio nazionale.
Dopo la seconda votazione avvenuta in occasione della successiva
Assemblea della SIOI tenutasi il 14 luglio 1945 il Consiglio risultò
composto di 18 membri, in aggiunta ai cinque componenti l’Ufficio
di Presidenza. Mi consentirete di rendere loro omaggio, menzionandoli
tutti, perché, come potrete constatare, hanno anche svolto un
ruolo importante, sia pure a vario titolo e in varia misura, nella
costruzione della nuova Italia che stava risorgendo dalle rovine
della guerra. Essi erano in ordine alfabetico: Carlo Antoni, Giorgio
Balladore Pallieri, Costantino Bresciani Turroni, Federico Chabod,
Luigi Einaudi, Mario Giuliano, Guido Gonella, Arturo Carlo Jemolo,
Raffaele Mattioli, Gaetano Morelli, Alessandro Passerin d’Entrèves,
Giuseppe Ugo Papi, Massimo Pilotti, Mario Rotondi, Mario Scerni,
Luigi Salvatorelli, Alberto Tarchiani, Ezio Vanoni. Tra i soci
della prima ora, cioè del 1945, figuravano Vincenzo Arangio-Ruiz,
Giustino Arpesani, Norberto Bobbio, Ivanoe Bonomi, Piero Calamandrei,
Guido Carli, Benedetto Croce, Alcide De Gasperi, Stefano Jacini,
Ugo La Malfa, Cesare Merzagora, Adriano Olivetti, Vittorio Emanuele
Orlando, Eugenio Reale, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, Enrico
Serra, Ignazio Silone, Filippo Vassalli e Giuliano Vassalli. Nel
1947, Luigi Einaudi accetta la carica di Presidente Onorario della
SIOI e Nicolò Carandini ne assume la Presidenza dopo la conclusione
del mandato di Dionisio Anzilotti. Più tardi Gaetano Martino che,
nella sua veste di Ministro degli Affari Esteri, aveva chiuso
nel dicembre 1955 il lungo e tormentato capitolo della candidatura
dell’Italia alle Nazioni Unite, accetta la carica di Vice Presidente
della Società. Roberto Ago che aveva svolto un ruolo determinante
sia nella fase preparatoria che nei primi anni di vita della SIOI
ne assume la Presidenza, dove sarà confermato per quasi un trentennio.
Umberto Morra e Riccardo Monaco, vengono eletti in successione
alla carica di Segretario Generale. Il problema della sede trovò
una felice soluzione, subito dopo l’Assemblea Costitutiva del
4 ottobre, grazie al personale interessamento del Presidente del
Consiglio Ivanoe Bonomi, e la SIOI si insediò a Palazzetto Venezia.
Il primo numero della Rivista Trimestrale “La Comunità Internazionale”
fu pubblicato nel 1946. Vennero stabilite sezioni in alcune città
italiane. Oggi le sezioni di Torino, Napoli e Milano sono qui
rappresentate dai rispettivi Presidenti. Così come è rappresentato
il MSOI, il movimento studentesco del-la SIOI, anch’esso costituito
nei primi anni di attività societaria, e ar-ti-colato oggi in
otto gruppi attivi in altrettante città sedi di Università. Sin
dalla sua fondazione la SIOI ha potuto usufruire di un rapporto
privilegiato di collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri,
soprattutto dopo la formazione del secondo Governo Bonomi, nel
dicembre 1944, e l’attribuzione ad Alcide De Gasperi del portafoglio
degli Esteri. Nel processo di elaborazione della nuova politica
estera italiana, era preminente l’obiettivo di favorire l’instaurazione
di un sistema di relazioni internazionali basato su una politica
di cooperazione su scala mondiale. Mentre un’attenzione prioritaria
veniva riservata al problema dell’ammissione dell’Italia alla
nascente Organizzazione delle Nazioni Unite. Conformemente alle
decisioni assunte a Yalta, l’Italia non fu invitata a partecipare
alla conferenza di San Francisco che si svolse tra il 25 aprile
ed il 26 giugno 1945 e che dette vita alle Nazioni Unite. I tentativi
del Governo Italiano per ottenere l’ammissione del nostro paese
alla Conferenza, almeno in qualità di osservatore, facendo leva
sullo status di cobelligeranza che era stato riconosciuto dagli
alleati all’Italia, non ebbero l’esito sperato. De Gasperi, tuttavia,
per quanto profondamente deluso non volle desistere dall’azione
diplomatica intrapresa a favore delle aspirazioni italiane, e,
nel mese di gennaio del 1946, in occasione della prima riunione
dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, egli rinnovò la richiesta
per l’ammissione di un osservatore italiano, che ebbe l’appoggio
degli Stati Uniti, scontrandosi tuttavia con l’opposizione sovietica.
Il successivo 4 marzo 1946 De Gasperi scrisse una lettera al presidente
della SIOI Dionisio Anzilotti nella quale riferendosi alla costituzione
in alcuni paesi, a cominciare dal Regno Unito, dagli Stati Uniti
e dalla Francia, di una “Associazione delle Nazioni Unite” con
lo scopo di “promuovere l’amicizia e la comprensione fra i popoli
(di diversi paesi) e di rafforzare la cooperazione internazionale
per i compiti della pace e della ricostruzione”, rivolse un chiaro
invito alla SIOI redatto nei seguenti termini: "Sembra a me che
la SIOI la cui attività a favore della conoscenza tra gli italiani
dei problemi della organizzazione internazionale ha già conseguito
risultati notevoli sia l’organismo più adatto per assumere in
Italia compiti analoghi e per affiliarsi alla Federazione Mondiale
delle Associazioni delle Nazioni Unite che è in preparazione nei
paesi anglo-sassoni. Mi pare superfluo proseguiva De Gasperi
- attirare la Sua attenzione sull’importanza che l’assunzione
da parte della Società di tale carattere potrebbe avere per creare
nel popolo italiano un interessamento alle finalità di cooperazione
internazionale delle Nazioni Unite, e per provocare un movimento
di opinione pubblica utile all’ammissione dell’Italia in seno
al grande Consesso". La SIOI aderì prontamente all’invito del
Presidente del Consiglio e dopo avere stabilito contatti preliminari
con altre Associazioni (a cominciare da quella del Regno Unito
il cui appoggio si rivelò prezioso), potè partecipare con una
sua delegazione al congresso costitutivo della Federazione Mondiale
delle Associazioni delle Nazioni Unite, che si concluse a Lussemburgo
il 3 agosto 1946, e venne riconosciuta quale membro fondatore
della Federazione stessa. I membri fondatori furono ventisei e
la SIOI fu l’unica associazione a rappresentare uno Stato ex nemico.
In tal modo, le Nazioni Unite si confermarono come l’area prioritaria
di interesse e di attività della SIOI, nell’attesa che il processo
di unificazione europea creasse per la Società un’altra parallela
area prioritaria. In verità, l’appartenenza alla WFUNA rappresentò
il punto di partenza di un rapporto stretto e fecondo instaurato
dalla SIOI con l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che è venuto
ampliandosi e rafforzandosi con il passare degli anni. In tale
contesto, due decisioni meritano di essere evidenziate perché
arricchirono in modo significativo l’attività della SIOI. La prima
risale al 14 ottobre 1961 e riguarda la creazione, per incarico
del Ministero degli Affari Esteri, del Comitato dei diritti umani
della Società, affidato alla presidenza di Vincenzo Arangio-Ruiz,
sulla base di una risoluzione adottata l’anno precedente dal Consiglio
Economico e Sociale delle Nazioni Unite, che invitava i governi
degli Stati Membri a costituire comitati consultivi nazionali
sui diritti umani. Tutta questa materia e, in particolare, lo
stato attuale della questione dei diritti umani nel mondo sarà
oggetto di esame, come ho accennato in precedenza, nell’intervento
del Presidente Conso. La seconda novità risale ad epoca più recente
ed è costituita dal rapporto privilegiato che la SIOI ha instaurato
con la città di Assisi e che ha trovato espressione nella firma
avvenuta il 12 marzo 1999, con l’appoggio delle Nazioni Unite
e del Ministero degli Affari Esteri, di un protocollo di collaborazione
mirante all’istituzione di un Ufficio del Comune di Assisi per
il sostegno delle Nazioni Unite con il compito di promuovere,
in collaborazione con la SIOI, lo sviluppo e la realizzazione
di attività correlate all’ONU e alle organizzazioni internazionali.
I risultati di questi cinque anni di collaborazione sono stati
lusinghieri, realizzando specifiche forme di collaborazione nei
settori dei convegni, della formazione e della documentazione.
Tra qualche giorno, precisamente il 23 e il 24 ottobre, si svolgerà
ad Assisi, nel quadro di questa collaborazione, un Convegno sul
tema “I nuovi orizzonti per la pace e la sicurezza internazionale:
la diplo-mazia multilaterale nell’attuale fase delle relazioni
internazio-nali”. Siamo particolarmente grati al Sindaco Bartolini
e al Vice Sindaco Ricci di avere voluto essere oggi con noi per
questa celebrazione, scegliendo di dividere equamente il loro
tempo tra Assisi, che onora oggi, con tradizionale solennità,
il Santo patrono di Italia, e la SIOI che ha avuto la ventura
di nascere il 4 ottobre, giorno di San Francesco. Il mondo che
fa da sfondo ai sessant’anni della SIOI è assai diverso da quello
che la vide compiere i primi passi. Anche per le Nazioni Unite
il tempo è passato ed esse riflettono ancora in buona parte la
realtà dell’immediato dopoguerra che vide i paesi vincitori certamente
preoccupati di prevenire la drammatica ripetizione di un conflitto
mondiale ma parallelamente impegnati a difendere strenuamente
i rispettivi interessi nazionali. Ciononostante, oggi ancora le
Nazioni Unite costituiscono lo strumento indispensabile per poter
meglio raggiungere i grandi obiettivi che l’umanità continua incessantemente
a proporsi: la pace e la sicurezza, la crescita economica, il
progresso sociale, la tutela della dignità della persona umana,
e oggi, forse ancor più di prima, la diffusione dei valori e delle
istituzioni della democrazia. Tuttavia pur essendo pienamente
consapevoli che per venire incontro a queste aspirazioni che accomunano
gli abitanti del nostro pianeta, non possiamo fare a meno delle
Nazioni Unite perché l’alternativa a qualsiasi progetto di organizzazione
della Comunità Internazionale è la legge della giungla siamo
altrettanto convinti che le Nazioni Unite, così come sono, non
possono assolvere efficacemente i loro compiti e che dobbiamo
favorire una riforma dell’organizzazione mondiale che ne migliori
la rappresentatività, il processo decisionale e le capacità operative.
La riforma delle Nazioni Unite non è un tema nuovo ed è stato
oggetto di riflessione sin dai primi anni di vita dell’organizzazione
ma uno dei paradossi più evidenti nella discussione sulla riforma
è che gli Stati Membri, chi più chi meno, sono pronti a criticare
l’incapacità o l’insufficienza dell’azione dell’ONU ma risultano
restii ad affrontare in termini concreti e con intenti innovativi,
un negoziato sull’adeguamento complessivo all’attuale realtà internazionale
del ruolo e delle funzioni delle Nazioni Unite. Concludendo, mi
sembra di poter dire che, per quanto siano evidenti le carenze
organizzative ed operative dell’ONU, appare ingiustificato e ingeneroso
addossarle tutte le responsabilità dell’insufficienza e dell’inadeguatezza
della sua azione complessiva. Sir Gladwyn Jebb, che fu il primo
Rappresentante Permanente del Regno Unito alle Nazioni Unite,
usava rispondere alle critiche che fioccavano già nella seconda
metà degli anni quaranta sulla inefficienza della cosiddetta burocrazia
“onusiana”, ricorrendo ad un suggestivo paragone: "Le Nazioni
Unite egli amava dire sono come uno specchio nel quale si
riflette l’immagine della Comunità degli Stati. E se l’immagine
che vediamo non ci piace, non possiamo dire che è colpa dello
specchio". In verità, come ho accennato poco fa, all’origine dello
stallo del processo di riforma delle Nazioni Unite vi è in primo
luogo la riluttanza degli Stati ad affrontare in termini concreti
e con spirito nuovo i nodi della rifondazione dell’organizzazione
mondiale. Questa responsabilità primaria dei Governi dei principali
paesi membri risulta particolarmente evidente in relazione al
tema della riforma del Consiglio di Sicurezza su cui si accentra
oggi l’attenzione delle Cancellerie e delle opinioni pubbliche.
Una soluzione basata essenzialmente sull’ampliamento dei seggi
permanenti e del diritto di veto (e che quindi privilegi i concetti
della sovranità degli Stati e della prevalenza degli interessi
strettamente nazionali) non sembra costituire la risposta adeguata
alle esigenze di pace e di sicurezza di una Comunità Internazionale
che la globaliz-zazio-ne ha profondamente trasformato, accentuandone
i fattori di interdi-pendenza. Un dato evidente della realtà del
mondo di oggi è che per far fronte alle sfide della globalizzazione
gli Stati stanno sempre più favorendo istituzioni regionali di
integrazione. Così stando le cose, appare un errore non tener
conto di questa evoluzione del quadro internazionale e non approfondire
la questione della responsabilità e della rappresentanza dei processi
di integrazione regionale. Per quanto concerne l’Unione Europea
appaiono di grande rilievo le voci autorevoli che si sono levate
in Italia, ma non solo in Italia, sulla necessità di trovare i
meccanismi opportuni perché l’Unione stessa possa esprimere adeguatamente
le proprie posizioni nell’ambito del Consiglio di Sicurezza: il
che significa, in prospettiva, l’attribu-zione di un seggio del
Consiglio di Sicurezza all’Unione Europea. Ciò che appare comunque
come un dato incontrovertibile è che una riforma del Consiglio
di Sicurezza in base a criteri puramente nazionali provocherebbe
un duplice danno al sistema delle relazioni internazionali. Da
un lato, essa non fornirebbe una adeguata risposta alle nuove
sfide della realtà internazionale, riproponendo un modello di
organizzazione delle Nazioni Unite che risale alla prima metà
del secolo scorso e che alla prova dei fatti ha dimostrato i suoi
limiti e, d’altro lato, essa infliggerebbe una ferita al processo
di unità europea nel momento stesso in cui l’Unione tenta di darsi
gli strumenti di una politica estera comune per potere esercitare
la sua influenza sulla scena internazionale. E ora vorrei pregare
il Presidente Conso di prendere la parola.
INTERVENTO
DEL PROF. GIOVANNI CONSO - Presidente del Comitato per i Diritti
Umani della SIOI
Signor Presidente, se, calendario alla mano, è indiscutibilmente
vero che la SIOI compie oggi i suoi sessanta anni di vita, da
Lei altamente onorati con la Sua presenza, il Comitato per i Diritti
Umani, di cui la cortesia dell’Ambasciatore La Rocca mi ha invitato
a parlare subito dopo di lui, il prossimo 14 ottobre ne compirà
solo quarantatre, che non sono, comunque, pochi. La storia di
questo Comitato è, quindi, già lunga, volta sempre alla ricerca
di una maggiore incisività di fronte ad un mondo che, pur registrando
una costante crescita nelle proclamazioni dei diritti umani (ultima
quella che nobilmente figura nella seconda parte della nuovissima
Costituzione dell’Unione Europea), è in forte ritardo, per non
dire di peggio, sul piano della loro applicazione. La realtà odierna
è senza dubbio drammaticamente pesante. Vediamo soprattutto in
difetto i diritti delle donne, i diritti dei minori, i diritti
dei soggetti più deboli in generale. I meccanismi di tutela sono
di vario genere, ma raramente in grado di contrapporre valide
barriere alle tantissime violazioni. Non voglio negare i progressi,
né le aperture, né, tanto meno, l’impegno di molti: però, i risultati
scarseggiano. Lo dimostra la fin troppo evidente constatazione
che le forze del male al momento non stanno certo soccombendo.
Tutt’altro, purtroppo. Il nostro Comitato per i Diritti Umani
così si chiama oggi era nato come Comitato Nazionale dei Diritti
dell’Uomo, denominazione quasi subito mutata in quella di Comitato
Consultivo Italiano dei Diritti dell’Uomo, su indicazione proveniente
dalle Nazioni Unite. Nasceva, per l’esattezza, con una delibera
adottata dal Consiglio Direttivo della SIOI nel marzo del 1961,
previo invito del Governo dell’epoca, per dare attuazione ad una
risoluzione che era stata indirizzata il 25 luglio 1960 a tutti
gli Stati membri dal Consiglio Economico e Sociale dell’ONU. Preso
atto di un rapporto della Commissione dei Diritti dell’Uomo, quella
risoluzione, la n. 722, sottolineava in premessa l’importanza
del contributo, che, per assicurare l’effettivo rispetto dei diritti
dell’uomo (“effettivo” perché non basta proclamarlo), avrebbe
potuto essere fornito da organismi in grado di rappresentare per
ogni Paese opinioni particolarmente qualificate in materia, ed
invitava i Governi degli Stati parte dell’ONU ad incoraggiare,
nella maniera più conveniente, la creazione di organismi ad hoc,
sotto forma di comitati locali o di comitati consultivi nazionali.
Pochi mesi dopo, il Governo italiano si rivolgeva alla SIOI
ed era questo un riconoscimento già di per sé molto significativo
perché provvedesse a dar vita per il nostro Paese al comitato
con-sultivo nazionale richiesto dall’ONU. Con doverosa prontezza,
già nel marzo del 1961 il Consiglio Direttivo della SIOI, allora
presieduto dall’on. Nicola Carandini, era in grado di costituire
il richiesto Co-mi-tato Consultivo Italiano, informandone il Ministero
degli Affari Esteri, che, a sua volta, ne dava comunicazione ufficiale
alle Nazioni Unite. L’insediamento del Comitato poteva, così,
aver luogo nella giornata del 14 ottobre 1961. Era un sabato,
un sabato pomeriggio, alle 18.30, presso l’abitazione del professor
Vincenzo Arangio-Ruiz, designato ad esserne il Presidente. Molte
le personalità presenti, a cominciare dal professor Roberto Ago,
che, quale autorevolissimo Vice Presidente della SIOI e, quindi,
in rappresentanza della stessa, procedeva per prima cosa all’investitura
presidenziale di quel grande maestro del diritto che era Vincenzo
Arangio-Ruiz, presenti anche per la storia è opportuno ricordarlo
la signora Marcella Ascarelli, il dottor Guido Colucci, l’avvocato
Antonio Ciamarra in rappresentanza dell’avvocato Vittorio Malcangi,
presidente dell’Or-dine Forense, l’avvocatessa Ada Picciotto,
la dottoressa Teresita Sandescki Scelba, il professor Giuliano
Vassalli (che è qui al centro del tavolo, nobile testimone di
quello storico evento), la dottoressa Maria Vismara e, come segretario,
il dottor Aldo Bernardini. Nel corso della seduta il Presidente
Arangio-Ruiz esprimeva il desiderio di avere al suo fianco un
vice-presidente, che, su proposta del professor Ago, veniva scelto
nella persona del professor Giuseppe Sperduti, non presente perché
impegnato a New York proprio quale rappresentante italiano nella
Commissione dei Diritti dell’Uomo. Subito dopo, alla dottoressa
Vismara veniva conferito l’incarico di tenere i contatti con la
SIOI, compito da Lei poi sempre assolto con appassionata perizia,
tanto più essendone diventata, fino alla Sua scomparsa nel 1990,
il Direttore dell’Ufficio Studi. Tante furono le prospettive di
studio operativo affrontate in quel sabato pomeriggio di metà
ottobre, sistematicamente suddivise tra quelle a livello ONU,
quelle a livello Consiglio d’Europa e quelle a livello nazionale.
Su proposta del professor Vassalli, si decideva di con-centrare
l’attenzione, fra i tanti proposti, su un problema giudiziario
e su un problema non giudiziario. Quanto al problema giudiziario,
la scelta si orientava nel senso di sollecitare Parlamento e Governo
a dare alla difesa un ruolo più incisivo sin dalle prime fasi
del processo penale, prestando particolare attenzione alla difesa
d’ufficio. Quanto al profilo non giudiziario, considerata la finalità
di divulgare i princìpi della Dichiarazione Universale, tutti
i presenti si trovarono concordi sull’esigenza di una larga diffusione
nelle scuole di ogni ordine e grado. Mi si permettano a questo
punto due considerazioni personali. La prima: il Comitato per
i Diritti dell’Uomo nasceva, se così si può dire, come una “costola”
della SIOI, una sua costola importante, voluta dall’ONU. In tale
ottica, l’Ambasciatore La Rocca mi consentirà di ritornare per
un attimo sulla storia della SIOI, per un qualcosa che ci tocca
da vicino, trattandosi di un illustre collega e caro amico, componente
del nostro Comitato, il professor Piero Ziccardi, che ha lunga-mente
insegnato diritto internazionale, prima a Urbino e poi all’Università
Statale di Milano. Ultrano-vantenne, ancora impegnato nello studio
e nella scrittura, anche se frenato da difficoltà di movi-men-to,
ha fatto pervenire la sua sentitissima adesione a questo incontro.
Nella vita di Ziccardi c’è stato un capitolo su cui vorrei intrattenermi
per qualche momento, a sostegno di quanto tanto acutamente osservava
poco fa l’Ambasciatore La Rocca in ordine al ruolo delle Organizzazioni
Internazionali e, quindi, della stessa SIOI. Nel 1943 Piero Ziccardi
viveva a Genova, dove, giovane e già brillante studioso, aveva
da poco passato alle stampe un’importante monografia dedicata
proprio all’organizzazione internazionale, un libro ben presto
notato dalle autorità naziste, tanto è vero che, quando, tra la
fine del 1943 e l’inizio del 1944, Ziccardi venne arrestato sull’Appennino
ligure nel corso di una retata compiuta da forze locali della
Repubblica di Salò, dal comando centrale tedesco giunse, qualche
tempo dopo, l’ordine di trasferirlo in Germania. Ciò si tradusse,
se così si può dire, in un evento fortunoso, perché, quasi all’indomani
del trasferimento, le rozze e crudeli autorità locali cominciarono
a passare per le armi non pochi fra coloro che erano stati oggetto
di quella retata. Ziccardi non era più lì, bensì già nel campo
di concentramento di Mauthausen, luogo di cupa, bieca, tetraggine,
ma che, rispetto alla situazione disperata che anche per lui si
sarebbe verificata a Genova, finì con il diventare, paradossalmente,
luogo di salvataggio. Ma ecco la vera domanda: perché, fra i tanti
arrestati in Liguria, proprio Piero Ziccardi fu portato in Germania
per chiare finalità punitive? La risposta va ricercata in quel
suo forte libro sull’organizzazione internazionale, visto dai
nazisti come fumo negli occhi, alla stregua di un documento sedizioso,
volto ad esaltare il ruolo di barriera antidittatoriale che solo
organizzazioni pluristatali permanenti possono cercare di rendere
operativa. Se, dunque, quella monografia ebbe un effetto particolarissimo
sulla vita di Ziccardi, sulla cultura in genere essa ebbe un significato
anticipatore di messaggio simbolico: l’organizzazione internazionale
è feno-meno estremamente prezioso nell’intento, tanto arduo quanto
irrinun-ciabile, di fronteggiare i mali del mondo. L’ONU ne è
il vertice, l’emblema, da sostenere ad ogni costo, aggiornandone
i connotati e modificandone le procedure lungo le linee che l’Ambasciatore
La Rocca ha ben sintetizzato poco fa. A questa mia prima considerazione
personale, aggiungo subito la seconda: nella fatidica giornata
del 14 ottobre 1961, in casa Arangio-Ruiz, ben quattro donne erano
presenti, in una percentuale senz’altro maggiore dell’attuale.
Ancor più significativo è il fatto che, ap-punto per tale ragione,
quarantatre anni or sono la rappresentanza fem-minile fosse pressoché
pari a quella maschile. E così dovrebbe essere sempre, anche per
dissipare definitivamente l’equivocità insita nell’o-ri-ginaria
denominazione di Comitato dei Diritti dell’Uomo, che, da ultimo,
abbiamo voluto sostituire con Comitato dei Diritti Umani, anche
in omaggio a quelle donne pioniere che tanto hanno contribuito
dal nostro interno alla causa dei diritti fondamentali, da Maria
Visma-ra Currò alla senatrice Tullia Romagnoli Carettoni e alla
professoressa Maria Teresa Paronetto Valier, entrambe oggi qui
presenti. Quanto alla composizione del Comitato, ne sono attualmente
parte trenta elementi, suddivisi in membri di diritto, membri
emeriti e membri elettivi, più un Presidente, carica nella quale
al professor Arangio-Ruiz era subentrato, nel 1965, l’avvocato
Vittorino Veronese e, nel 1978, il professor Giuseppe Sperduti,
prematuramente scomparso nel 1999. Una nuova fase prendeva avvio
il 26 ottobre 1999, con una riunione nel corso della quale l’Ambasciatore
La Rocca ricordava come, sin da principio, il Comitato avesse
svolto un’attività di carattere consultivo, destinata a formulare
proposte e suggerimenti, ed un’attività di ordine divulgativo,
volta a diffondere la conoscenza dei diritti umani, specialmente
tra i giovani. A tali fini, nella seduta iniziale in casa Arangio-Ruiz,
un primo Sotto-comitato si era assunto il compito di contribuire
alla riforma del codice penale, mentre un secondo Sotto-comitato
si era dedicato allo studio dei metodi più idonei a promuovere
la conoscenza in ambito scolastico dei princìpi della Dichiarazione
Universale e successive Convenzioni. Certo, i primi approcci,
anche se accompagnati dall’entusiasmo della novità e dal fascino
dell’ideale che la ispira, non sono mai agevoli. Si va per tentativi,
si provano percorsi, si sperimentano approcci. In particolare,
non è mai facile inserire, senza una previa richiesta dall’esterno,
la formulazione di un parere, che pur dovrebbe essere compito
primario di un Comitato espressamente qualificato come consultivo.
Qualcosa del genere ed è motivo di particolare vanto per la
sua portata storica ha potuto realizzarsi allorché, attraverso
una documentatissima serie di risoluzioni, lettere, incontri personali,
succedutisi tra il 15 gennaio 1971 e il 1° febbraio 1974, l’Ufficio
di Presidenza riuscì a convincere il Governo italiano della necessità
di accettare finalmente le clausole facoltative della Convenzione
europea dei diritti dell’uomo (via libera ai ricorsi individuali;
riconoscimento come obligatoria della giurisdizione della Corte
di Strasburgo), due tappe assolutamente decisive. A distanza di
trent’anni, proprio pochi mesi fa, ci è giunta da Strasburgo un’espressa,
anche se ufficiosa, richiesta di parere in ordine alla funzionalità
di quella attivissima Corte. La richiesta aveva per oggetto la
bozza dell’ora Protocollo n. 14 della Convenzione in parola, un
Protocollo riformatore diretto a sveltire le procedure ed alleggerire
il carico di lavoro fattosi ormai eccessivo per le strutture della
Corte, anche se segno indiscutibile di successo. Dopo un’ampia
discussione il Comitato ha affidato al membro relatore, professor
Ugo Villani, il compito di redigere un articolato commento analitico,
che potrà contribuire a far sì che il nuovo Protocollo abbia il
successo auspicato nell’interesse generale. Proposte e pareri
a parte, con il passare del tempo ci si è via via resi conto che
la formula più continuativamente esperibile resta pur sempre quella
dei Convegni, che con i loro dibattiti permettono di far emergere
idee e indicazioni concrete quando il rango, se adeguata-mente
curato, dei relatori, come da sempre è prima preoccupazione della
SIOI, consente di prendere le mosse da basi seriamente meditate.
Ricorderò tra le esperienze più lontane nel tempo quella del 1984,
allorché, quando presidente del Comitato era Giuseppe Sperduti,
si tenne qui a Roma, sede abituale dei nostri lavori, un colloquio
internazionale della durata di tre giorni sul tema “La concezione
del diritto dello Stato nell’era di rivendicazione della dignità
della persona umana”, dove la dignità della persona umana veniva
alla ribalta come nucleo centrale dell’intera problematica, il
cemento che aggrega, illuminandone il significato, i singoli diritti.
Tra le esperienze più recenti merita un cenno particolare il convegno
su “La Corte Europea dei diritti umani e l’esecuzione delle sue
sentenze”, svoltosi con autorevoli partecipazioni anche di operatori
stranieri in questa stessa sala il 6 ed il 7 giugno 2002. Chiaro
il motivo di fondo: che senso ha impegnarsi per emanare sentenze
se, poi, queste non vengono applicate? Nella medesima ottica si
è tenuto, poco tempo dopo, presso l’Università di Messina, sotto
la guida del professor Claudio Zanghi, altro componente del nostro
Comitato, un Convegno dedicato all’altrettanto essenziale esigenza
di assicurare un’equa soddisfazione a chi sia stato vittima di
una o più violazioni accertate dalla Corte di Strasburgo, esigenza
spesso ostacolata, oltreché dalle ristrettezze di bilancio, dai
contrasti tra la giurisprudenza europea e la giurisprudenza nazionale.
Siamo arrivati, intanto, alla vigilia di un nuovo incontro. È,
infatti, programmato per il 15 ottobre, a completamento della
ricorrenza in corso, un Convegno avente ad oggetto “La protezione
dei minori nel diritto internazionale”. Un ringraziamento particolare
va al Ministro Alessandro Fallavolita che ha dato a questo Convegno
ideazione, impulso, sostegno continui. Il programma è ricco di
capitoli, essendo molteplici gli aspetti, tutti quanto mai delicati,
che vedono violati i diritti dei minori. È qui, nei confronti
dei soggetti più deboli, che la crisi dei diritti tocca il vertice
del malessere più angoscioso, dal traffico allo sfruttamento,
dalla violenza sistematica alla schiavitù, dall’impiego nei conflitti
armati e negli attentati terroristici all’essere vittime innocenti
di guerre estenuanti e di atti terroristici indiscriminati. Quello
che è avvenuto nella scuola di Beslan rimane il capitolo più brutale
di questa serie terribile di atrocità: andare a colpire una scuola
il giorno dell’inaugurazione, dove i bambini si ritrovano festanti
con le loro famiglie, è il massimo di crudeltà e di livore, tale
da esigere la più assoluta delle sconfessioni. Parlando di minori,
il pensiero va anche al secondo grande compito affidato al Comitato:
il come diffondere, il come divulgare la causa dei diritti umani
nelle scuole elementari, medie inferiori, medie superiori. Si
è tenuto, al riguardo, nella primavera del 2003 ed i relativi
atti sono freschi di stampa un Convegno di largo respiro, che,
organizzato con l’Accademia dei Lincei sotto lo stimolante titolo
“I diritti umani nella scuola oggi. Come viverli e come insegnarli”,
si è tradotto in un confronto appassionato di esperienze e suggerimenti
reciproci tra presidi ed insegnanti di varie parti d’Italia. Né
sono mancati i contatti con gli organi ministeriali competenti,
il CUN, le Università, le Scuole di specializzazione, per far
sì che i diritti umani continuino a trovare posto tra gli insegnamenti
universitari, impegno fondamentale anche per renderli oggetto
di una cultura diffusa. Purtroppo nonostante gli innegabili
successi conseguiti e le risposte positive ottenute con l’organizzazione
del Premio Sperduti, della cui seconda edizione abbiamo appena
visto il felice epilogo, con quattro squadre di tre elementi ciascuna
ammesse alla finale, in rappresentanza di altrettanti Atenei,
tutte con un’ottima preparazione e la convinta consapevolezza
di quale sia l’importanza della tematica a preoccupare per l’immediato
futuro sono gli effetti della riforma del tre più due, attorno
a cui si discute nell’arduo tentativo di ricucire e colmare i
vuoti creatisi in ordine agli spazi da assicurare a queste discipline
che, essendo nuove rispetto ai corsi classici, sembrano destinate
a vedere sacrificati i tempi a disposizione, complessivamente
ridottisi di un anno. Il timore è che l’insegnamento dei diritti
umani ne risulti sacrificato. L’auspicio, che il Comitato si permette
di enunciare in quest’occasione, così importante perché è Lei,
signor Presidente, ad ascoltarci con tanta attenzione, è che il
dialogo a livello accademico non venga soffocato. Soffocare il
dialogo significa soffocare la conoscenza e, quindi, anche la
critica, a tutto vantaggio di coloro che sistematicamente violano
questi diritti: occorre, invece, contrapporvi barriere e, per
farlo, di certo non basta il silenzio.
Amb. Umberto LA ROCCA Grazie Presidente Conso, a
lei e al Comitato per i Diritti Umani. Ora chiederò al Presidente
Vassalli di pronunciare l’intervento conclusivo. Prego Presidente.
INTERVENTO DEL PROF. GIULIANO VASSALLI
- Senatore della Repubblica
Signor Presidente della Repubblica, Signore e Signori,
tutti si saranno resi conto della mia inadeguatezza, sotto più
profili, a concludere questa riunione e a dire qualche cosa di
altrettanto importante come quello che abbiamo appreso attraverso
la completa e stringente rievocazione fatta dall’Ambasciatore
Umberto La Rocca dell’attività della Società Italiana per l’Organizzazione
Internazionale e a tutto quello che ha aggiunto egregiamente l’amico
Giovanni Conso, Presidente del Comitato dei Diritti Umani della
Società stessa, affiancato alla SIOI fino dalla sua origine, come
egli ha così bene ricordato. Chiedo scusa, quasi, della mia presenza
a questo tavolo, che non è dovuta ad altro titolo che quello di
essere uno dei soci del primo anno di attività di questa Società
qui in Roma. Non ho saputo resistere alla gentile pressione dell’Ambasciatore
La Rocca, la cui attività e la cui personalità tanto ammiro, e
a quella di Giovanni Conso, e sottrarmi ad una così importante
manifestazione. Debbo la mia appartenenza alla SIOI esclusivamente
alla grandissima, fraterna amicizia che mi legava a Roberto Ago,
che fu fino ad assumere, poi, la Presidenza per tanti anni della
SIOI stessa veramente il promotore massimo di questa attività.
Un uomo, una personalità veramente straordinaria, di promotore
di collaborazione e di ordine internazionale, oltre che un giurista
finissimo, autentico scienziato, come stanno a ricordare le sue
Lezioni di diritto internazionale privato, le sue opere nel diritto
internazionale pubblico, gli scritti famosi su Scienza giuridica
e diritto internazionale che tanto hanno contribuito alla collocazione
sistematica di questa materia, lo studio infine su Diritto positivo
e diritto internazionale che confina con grandi problemi di filosofia
del diritto. Egli fu anche, oltre che un grande scienziato e un
grande studioso, un promotore, come abbiamo detto, di queste attività,
e degnamente rappresentò l’Italia nel Comitato del Consiglio dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro, fu membro della Commissione di Diritto
internazionale delle Nazioni Unite, fu Presidente non cito che
a caso qualcuno degli esempi che potrei elencare del Tribunale
Arbitrale italo-francese per la risoluzione delle questioni della
Saar, fino ad essere poi membro della Corte di Giustizia dell’Aja.
Mi permetto di salutare qui i suoi figli e altri congiunti presenti,
e di rivolgere un ricordo, un pensiero alla signora Luciana Ago,
compagna e ispiratrice di lui. E un ricordo vorrei rivolgere anche,
poiché a questo sono sostanzialmente chiamato, alla figura di
Umberto Morra di Lavriano e degli altri collaboratori di Roberto
Ago in quest’opera che fu subito generalmente apprezzata e che,
inseritasi in certa misura nell’attività della WFUNA, come ha
ricordato l’Ambasciatore La Rocca, conquistò alla patria nostra,
assai prima che l’Italia facesse parte delle Nazioni Unite, un
altissimo prestigio in un’epoca in cui ve ne era bisogno. Non
mi abbandono ad altri ricordi personali dei miei rapporti con
Roberto Ago, che risalgono a prima della guerra e all’epoca della
guerra perché non è l’ora per farlo. Io vorrei solo ricordare
che l’atmosfera di quando la SIOI nacque era quella di un grande
fervore e di speranze di ricostruzione. Ecco, per rendersene conto,
basta pensare che celebriamo il sessantesimo anno di questa Società,
e cioè ci riferiamo al 1944, a un anno in cui ancora perdurava
nei suoi momenti più critici e più gravi la seconda guerra mondiale,
ad un periodo in cui l’Italia era separata in due, in cui Roma
aveva appena conquistato la propria libertà, ma in cui si sarebbe
dovuto pensare, ipotizzo, a ciò che accadeva ancora nel nord Italia,
in una guerra terribilmente guerreg-giata nell’Italia del nord,
e forse non intraprendere nulla prima che la liberazione completa
d’Italia si fosse verificata e la guerra mondiale fosse finita.
Sennonché una simile rinuncia si rivelò non possibile nello spirito
di tanti italiani, che subito si misero al lavoro nell’Italia
liberata. La vera e propria Organizzazione delle Nazioni Unite,
come è noto, nacque soltanto con la Conferenza di Mosca nel 1943
e poi le Nazioni Unite ebbero la prima loro grande riunione di
cinquanta Stati nell’aprile del 1945 alla vigilia della fine delle
ostilità nel settore europeo, a San Francisco. A quella conferenza
nessuno degli Stati considerati vinti l’Italia, il Giappone,
la Germania fu ammesso a partecipare. L’Ambasciatore La Rocca
ha egregiamente ricordato gli sforzi fatti invano dall’Italia,
le delusioni di De Gasperi, ciò che peraltro in quella contingenza
era assolutamente fatale. L’Italia, però, che non entrò formalmente
nelle Nazioni Unite se non nel 1955, operò in quella stessa direzione,
in quello stesso solco molto prima, non solo attraverso i suoi
studiosi, ma attraverso i promotori delle società come la SIOI,
la quale ebbe immediatamente una intensità di lavoro, un prestigio
tale da far pensare che quando l’Italia fosse entrata nelle Nazioni
Unite essa vi avrebbe occupato sicuramente un posto degno. E occupò,
come le spettava, nei vari periodi, anche il posto di Presidente
dell’Assemblea delle Nazioni Unite, basterebbe ricordare l’esempio
del nostro Senatore Amintore Fanfani. Nel frattempo l’Italia riallacciava
anche fuori della prospettiva dell’ONU gli antichi legami, in
vista di un allineamento tra i rispettivi sistemi fra i paesi
rinati o nati alla democrazia e quelli di democrazia più antica.
Io mi permetto - ma sarò brevissimo di ricordare tra i tanti
un episodio molto caratteristico, che mi è rimasto molto impresso.
Si sviluppò, proprio a latere della SIOI, fu un viaggio compiuto
da giuristi italiani in Inghilterra, fino dal 1945, a guerra appena
conclusa e pars magna ne fu proprio Roberto Ago. Questa delegazione
italiana in Inghilterra la presiedeva mio padre e ne facevano
parte giovani studiosi, Bobbio, Crisafulli e Ago che, come vi
ho detto, ne era l’elemento propulsivo e principale. Di questa
si parla in vari appunti lasciati da Bobbio nelle sue opere e
se ne parla analiticamente nello scritto del 1946 di mio padre,
intitolato Osservazioni di uomini di legge in Inghilterra, che
fu una conversazione tenuta il 21 marzo del 1946 proprio in questa
sede, proprio presso la SIOI, e ricordo questo per sottolineare
quanto anche queste attività diciamo parziali, bilaterali, erano
promosse dalla SIOI o ad essa legate. Anzi, dato che ho nominato
Bobbio, ricordo che egli tenne pochi giorni dopo un’altra conferenza
qui sui partiti politici in Inghilterra. Questo per dire che la
SIOI apparve subito un grande punto di riferimento per gli studi
e per le attività dirette alla creazione di una seria Organizzazione
internazionale. Detto questo, potrei raccontare e ricordare tante
cose. Ma sono state ricordate e non vorrei sciupare l’effetto
di relazioni così complete e così belle come quella di Umberto
La Rocca e di Giovanni Conso. Vorrei solo accennare a due considerazioni
di carattere generale, an-che se assai banali, riferite la prima
a quel periodo iniziale di fervore e di entusiasmo, e l’altra
ai risultati di tanto impegno e di tanto lavoro. In quel periodo
è inutile disconoscere che ci fu per tutti un grosso neo, non
della SIOI, ma di tutti. Si guardava al futuro e al passato, ma
non sempre al presente. Del passato facevano parte anche se
così non era cronologicamente perché essi durarono fino agli ultimi
anni Quaranta i processi per i crimini di guerra e contro l’umanità.
E anche qui vorrei raccontare un episodio svoltosi con Roberto
Ago. Io preparavo la mia prolusione genovese su questo tema, egli
venne un giorno a casa, ci incontrammo in una delle tante occasioni
e mi disse "No, no, non c’è niente di nuovo, il processo di Norimberga
si può inquadrare benissimo negli schemi del diritto internazionale
esistente. Esso è un tribunale di guerra di una delle parti contendenti,
del vincitore contro i vinti, come ce ne sono stati tanti. L’unica
differenza che può dare giustificazione a questo nome di internazionale
è il fatto che è costituito da quattro potenze vincitrici che
operano insieme; e anche nel richiamo all’ordinamento internazionale".
Egli era sulla scia dei grandi internazionalisti dell’epoca, che
negavano serie prospettive a un diritto internazionale penale,
a un diritto internazionale penale che si rivolgesse addirittura
ai singoli, che prevedesse la punizione dei singoli come tali.
Ma questo, ripeto, riguardava già il passato. Il presente al quale
mi riferivo era ciò che veniva ignorato, ciò che purtroppo in
quegli anni si perpetrava come strascico, sia pure fatale, della
guerra. Ecco, non parlo per quello che riguarda il doloroso argomento
delle foibe carsiche, mi riferisco all’interesse che non era troppo
vivo per il nostro confine orientale, per gli italiani rimasti
di là. Ricordo invece con commozione un episodio mi consentirete
se vi sottraggo ancora qualche minuto che è avvenuto proprio
esattamente cinquant’anni addietro, nell’ottobre del 1954. Segni,
Antonio Segni, era stato chiamato alla cattedra di Procedura civile
dell’Università di Roma e si svolgeva in uno di quei giorni la
sua prolusione nella grande aula I della Sapienza, alla Città
universitaria. La sala era rigurgitante perché naturalmente non
c’erano solo i colleghi e gli studenti ma tutti gli uomini politici
che facevano in un certo senso ala a Segni o che erano suoi amici.
A un certo momento si sente un applauso scrosciante, che parte
dal fondo della sala e invade a poco a poco tutto l’ambiente.
Che cosa era successo? Si era affacciato sulla soglia, perché
veniva ad assistere alla prolusione dell’amico, Giuseppe Pella
che, come Presidente del Consiglio, aveva preso le posizioni che
aveva preso a difesa di Trieste italiana. Gli studenti lo riconobbero
e scoppiarono in un applauso che non finiva mai. Ricordo questo
per quel che era accaduto in Italia e al confine orientale, per
quello che si era ottenuto proprio nell’ottobre del 1954, proprio
cinquant’anni fa. Che cosa avevamo dimenticato? La sorte dei vinti.
La sorte dei vinti anche se a stretto rigore la condotta di molti
di loro era criticabile. Per esempio i Cosacchi potevano essere
considerati, o dovevano essere considerati, i traditori dell’Unione
Sovietica, a parte il male che avevano fatto nel nord d’Italia
contro i partigiani e combattendo pure contro gli alleati. Eppure
questi sbandati in marcia con le loro famiglie chiesero disperatamente
aiuto a coloro che erano stati i loro nemici sul campo di battaglia,
e cioè agli alleati occidentali, contro cui avevano combattuto,
rivendicando la propria autonomia etnica, rivendicando i principi
supremi dell’umanità, ma nessun ascolto fu dato loro e Churchill
personalmente autorizzò il passaggio che li portò al destino che
li attendeva nell’Unione Sovietica. Ci eravamo dimenticati di
questi soggetti, di tante persone che, sia pure cariche di colpe,
meritavano un maggiore rispetto per i diritti umani fin da quel
momento. È un grosso neo, difficilmente cancellabile anche se
spiegabile. L’altra mia considerazione, altrettanto banale, riguarda
i risultati di tanto impegno solidaristico internazionale. La
seconda guerra mondiale era stata condotta con l’idea che sarebbe
stata l’ultima guerra, che non ve ne sarebbero state più, vinta
finalmente attraverso così immensi sacrifici; e fatta giustizia
nel mondo, non soltanto nel mondo europeo ma nel mondo asiatico,
per non dire altro, le guerre non ci sarebbero state più. Lasciamo
i cinquanta anni di guerra fredda, anche perché fortunatamente
rimase fredda. Ma tutto il resto del mondo, che cosa successe
in tutto il resto del mondo? In questi sessanta anni abbiamo avuto,
come tutti sanno e si ripete tante volte, in quattro continenti
la propagazione, la moltiplicazione dei lager, dei gulag, dei
campi di concentramento di varia natura. Abbiamo avuto duecentocinquanta
conflitti, di cui cinquantasette nei soli anni Novanta in quarantacinque
paesi, conflitti che hanno insanguinato centoquindici paesi con
oltre ventisette milioni di morti civili, venti milioni di sfollati
e di profughi, di rifugiati, senza contare mezzo miliardo di affamati
e gli altri soggetti a rischio, soprattutto i bambini. In tutto
questo ognuno di noi ha la sua responsabilità, quella di non avere
meglio tentato, o addirittura la responsabilità oggettiva di non
essere riusciti. Adesso poi da qualche anno abbiamo la piaga del
terrorismo internazionale, o meglio quella del suo diffondersi
e del suo acuirsi. Anche qui sarebbe agevole instaurare un processo
di responsabilità. Perciò quando sento di attività come quelle
della SIOI, in particolare del suo Comitato per i Diritti Umani,
nel quale ho l’onore di partecipare sotto la presidenza illuminante
e sempre vigile di Giovanni Conso, ecco, allora sicuramente trovo
che viene da commuoversi per questo ed analoghi sforzi, che perdurano
in tante parti del mondo, con società analoghe, con consapevolezza
della difficoltà dei problemi, con attenzione ai caratteri generali
e in particolare con uno studio inesausto delle questioni generali,
affrontando e cercando però anche di portare la soluzione ai problemi
individuali. Conso ce ne ha dato l’esempio più volte. Ed è in
questo spirito di speranza e di fertilità che saluto anche io
il sessantesimo anniversario della Società che mi ha fatto l’onore
di invitarmi qui. Vorrei dire ancora una parola, Presidente, se
il tempo me lo consente. L’Organizzazione internazionale attuale
è all’altezza dei suoi compiti, delle esigenze? Ella non si stanca,
signor Presidente della Repubblica, di richiamarci, così come
esalta il dialogo interno e internazionale, all’adesione spirituale
e organizzativa alle Nazioni Unite e al rafforzamento reale e
non soltanto numerico dell’Unione Europea. È una esortazione che
non va abbandonata, di cui noi le siamo tutti infinitamente grati,
e che ci fa piacere riascoltare quasi ogni giorno. Ma queste Nazioni
Unite meritano veramente tutta questa fiducia? Bisogna concludere
di sì. Io ho qui sott’occhio l’estratto di un discorso che Roberto
Ago tenne per i quarant’anni delle Nazioni Unite. Lo tenne, ancora
una volta, in questa sala, presso questa SIOI, e fu pubblicato
su “La Comunità Internazionale”. Già allora eravamo nel 1985
si affacciavano tanti dubbi sulle Nazioni Unite, sulla loro
sufficienza, sul loro procedere, sulla loro burocratizzazione;
ed egli cerca di rispondere con spirito critico, con riflessione
su tutti questi problemi. Cerca di rispondere a quelle che sono
le ragioni di queste constatazioni e di queste lamentele e dà
in modo particolare la colpa ai singoli Stati nazionali, ricordando
che le Nazioni Unite sono nate non come una super organizzazione
rispetto agli Stati ma come un insieme e una cooperazione tra
gli Stati stessi, cosa che allora, a quell’epoca, aveva portato
difficoltà anche nelle funzioni del Consiglio di Sicurezza perché
erano state tarpate le ali a tutte le applicazioni che si sarebbe
dovuto fare del Capitolo VII dello Statuto. E poi Ago ricorda
anche tante altre cose sulle quali io farei perdere inutilmente
del tempo. In modo mirabile egli riassunse quelle che erano le
vedute originali, limitatrici degli Stati nazionali, e ad essi
appunto imputò il mancato funzionamento del Consiglio di Sicurezza,
ma viceversa sottolineò il grande meritorio sviluppo del Consiglio
Economico e Sociale dell’ONU e di tutto ciò che nel suo cuore
e intorno ad esso era stato fatto ed era stato conseguito. Ribadì
che le Nazioni Unite, ormai, sono una istituzione necessaria,
utile per noi europei e per tanti altri Stati, ma indispensabile
per tanti altri poveri Stati che non hanno altro, non hanno dove
altro rivolgersi, i Paesi più poveri della terra, e quindi l’impossibilità
di rinunciarvi, la necessità soltanto di riformarla, ma l’impossibilità
di darla per perduta e di darla per finita. E allora l’ONU aveva
già vissuto il doppio esatto di quanto aveva vissuto la Società
delle Nazioni. E dall’altra parte, Signor Presidente della Repubblica,
l’Unione Europea, che pure dovrebbe avere meno legami e meno impacci
delle Nazioni Unite e che ha alcune frecce straordinarie al proprio
arco, non ha sempre dimostrato di essere consapevole con la tempestività
dovuta della gravità delle crisi europee o vicine all’Europa delle
quali ci si doveva interessare; dei problemi che erano virtualmente
suoi propri, come quelli degli Stati costituenti l’ex-Iugoslavia,
o di saper contribuire e qui le necessità, lo sforzo da impiegare
ogni giorno diventano maggiori alla risoluzione del semi-secolare
conflitto israelo-palestinese. Accenno solo a questo e chiedo
scusa di averlo fatto; ma è stato per rilevare quanto campo di
azione oculata e immediata, quanto campo di iniziativa vi sia
per la Società e gli enti che continuano ad avere per mèta una
migliore organizzazione internazionale. Per il resto non mi rimane
che augurare, anch’io, lunga vita alla Società Italiana per l’Organizzazione
Internazionale, e ribadire la fiducia che tutti quanti dobbiamo
condividere, nonostante le prove purtroppo tante volte negative
di un passato lontano e recente.
Amb. Umberto LA ROCCA
Grazie Presidente Vassalli
per queste bellissime parole conclusive. Signor Presidente della
Repubblica, desidero reiterarle la profonda gratitudine della
SIOI per averci onorato della sua presenza. Grazie a tutti voi.
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