SOCIETA' ITALIANA PER L'ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE


 
 
Il Sessantesimo Anniversario della SIOI






SESSANTESIMO ANNIVERSARIO DELLA SIOI


I SESSANTA ANNI DELLA SIOI

Il 4 ottobre 2004 si è svolta nel salone di Palazzetto di Venezia la celebrazione del 60° anniversario della fondazione della Società, onorata dalla presenza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dalla partecipazione di autorevoli membri del Parlamento e del Governo, di alte cariche dello Stato e di diplomatici italiani e stranieri, nonché rappresentanti di Organizzazioni internazionali. Erano anche presenti i più alti rappresentanti del Comune di Assisi, città che, con il suo Ufficio per il Sostegno alle Nazioni Unite, è ormai legata alla SIOI da un particolare e fecondo rapporto di collaborazione (e non si dimentichi che il 4 ottobre è il giorno di San Francesco…). Queste presenze hanno costituito un ulteriore lusinghiero riconoscimento del ruolo svolto dalla Società, fin dalla sua fondazione, al servizio del Paese.
Prima di accedere alla sala della cerimonia, il Capo dello Stato ha tenuto a salutare i membri degli organi sociali, presenti quasi al completo: del Consiglio direttivo, del Consiglio scientifico, del Comitato per i Diritti Umani e del Collegio dei Revisori dei Conti.
Avremmo voluto avere con noi tutti i nostri soci, di ogni parte d’Italia. Avremmo voluto avere quanti – giovani o ormai meno giovani – hanno seguito i nostri corsi e ne hanno tratto beneficio: ce lo hanno purtroppo impedito le tiranniche esigenze dello spazio disponibile nella nostra Sede sociale.
Ce ne scusiamo e riteniamo di far cosa gradita a loro e utile per la memoria storica della Società riprodurre su questa Rivista gli interventi del Presidente Umberto La Rocca, del Vicepresidente Giovanni Conso e del Senatore Giuliano Vassalli, che hanno formato il fulcro della cerimonia: interventi nei quali i nostri lettori potranno ripercorrere le origini e le maggiori vicende della Società, ma al tempo stesso riconoscere l’impegno a proseguire nella strada percorsa, talora non senza difficoltà, in questi sei decenni, per l’attuazione degli alti obiettivi che nel 1944 i Fondatori avevano iscritti nello Statuto dell’allora nascente SIOI.

INTERVENTO DELL'AMBASCIATORE UMBERTO LA ROCCA - Presidente della SIOI

La SIOI celebra oggi il sessantesimo anniversario della sua fondazione rievocando gli uomini e le vicende che sono all’origine della Società, senza trascurare alcune tappe significative del cammino percorso negli anni seguenti. Siamo particolarmente grati al Presidente Giuliano Vassalli e al Presidente Giovanni Conso di aver voluto recare a questa celebrazione un autorevole contributo che è frutto di una loro conoscenza diretta della SIOI. Giovanni Conso è da cinque anni presidente del Comitato per i diritti umani della SIOI e ne illustrerà il ruolo in uno dei settori di maggior impegno dell’attività societaria, allargando il suo esame al tema della tutela dei diritti umani nel mondo che ha assunto aspetti di drammatica attualità. Giuliano Vassalli è socio della SIOI dal 1945 e ha vissuto in prima persona il suo travagliato esordio, condividendo il progetto che Roberto Ago e i suoi colleghi ed amici riuscirono ad attuare con passione e determinazione. Ed egli potrà collocare la nascita della SIOI nel più ampio contesto storico-politico di un momento ad un tempo tragico ed esaltante che lo vide non solo attento testimone ma anche grande protagonista. Da parte mia, in questo intervento introduttivo, ripercorrerò i primi passi della SIOI privilegiando il tema delle attività direttamente collegate alla organizzazione della Comunità Internazionale, e più specificamente alle Nazioni Unite che hanno costituito sin dall’inizio un interesse preminente della Società. L’Assemblea costitutiva della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale si tenne il giorno 4 Ottobre 1944, dalle ore 15.00 alle ore 19.00, in una sala di Palazzo del Drago in Via Quattro Fontane, di cui era stata ottenuta la temporanea disponibilità. I lavori svoltisi sotto la Presidenza di Leopoldo Piccardi, si conclusero con l’adozione di due decisioni ­ l’approvazione dello Statuto e la designazione delle cariche sociali ­ che dettero vita alla SIOI e le consentirono di iniziare le sue attività. Lo Statuto rifletteva gli orientamenti internazionalistici dei promotori della SIOI e auspicava, all’art. 1 "di promuovere lo sviluppo di uno spirito internazionale che superando nella visione degli interessi generali il particolarismo ispirato dall’assoluta sovranità degli Stati, faciliti l’instaurazione di un giusto e pacifico assetto della Comunità internazionale". Per il resto, lo Statuto dava attuazione al progetto tenacemente accarezzato, già durante gli anni della clandestinità, da un gruppo di uomini di pensiero, in prevalenza giuristi, storici ed economisti, tutti legati agli ideali della libertà e della democrazia, di dar vita ad un centro di studio, di ricerca e di informazione sui problemi internazionali e, in particolare, sugli aspetti istituzionali della Comunità Internazionale. Per quanto concerne il Consiglio Direttivo, Dionisio Anzilotti fu eletto alla Presidenza. Le due Vice Presidenze furono rispettivamente affidate a Tomaso Perassi e a Leopoldo Piccardi. La carica di Segretario Generale andò a Roberto Ago e quella di Tesoriere a Pasquale Saraceno. Una procedura in due tempi fu adottata in merito all’elezione dei rimanenti membri del Consiglio Direttivo. Fu, infatti, deciso che sarebbe stata coperta solo una parte dei posti di consigliere, riservando la nomina degli altri alla liberazione totale del territorio nazionale. Dopo la seconda votazione avvenuta in occasione della successiva Assemblea della SIOI tenutasi il 14 luglio 1945 il Consiglio risultò composto di 18 membri, in aggiunta ai cinque componenti l’Ufficio di Presidenza. Mi consentirete di rendere loro omaggio, menzionandoli tutti, perché, come potrete constatare, hanno anche svolto un ruolo importante, sia pure a vario titolo e in varia misura, nella costruzione della nuova Italia che stava risorgendo dalle rovine della guerra. Essi erano in ordine alfabetico: Carlo Antoni, Giorgio Balladore Pallieri, Costantino Bresciani Turroni, Federico Chabod, Luigi Einaudi, Mario Giuliano, Guido Gonella, Arturo Carlo Jemolo, Raffaele Mattioli, Gaetano Morelli, Alessandro Passerin d’Entrèves, Giuseppe Ugo Papi, Massimo Pilotti, Mario Rotondi, Mario Scerni, Luigi Salvatorelli, Alberto Tarchiani, Ezio Vanoni. Tra i soci della prima ora, cioè del 1945, figuravano Vincenzo Arangio-Ruiz, Giustino Arpesani, Norberto Bobbio, Ivanoe Bonomi, Piero Calamandrei, Guido Carli, Benedetto Croce, Alcide De Gasperi, Stefano Jacini, Ugo La Malfa, Cesare Merzagora, Adriano Olivetti, Vittorio Emanuele Orlando, Eugenio Reale, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, Enrico Serra, Ignazio Silone, Filippo Vassalli e Giuliano Vassalli. Nel 1947, Luigi Einaudi accetta la carica di Presidente Onorario della SIOI e Nicolò Carandini ne assume la Presidenza dopo la conclusione del mandato di Dionisio Anzilotti. Più tardi Gaetano Martino che, nella sua veste di Ministro degli Affari Esteri, aveva chiuso nel dicembre 1955 il lungo e tormentato capitolo della candidatura dell’Italia alle Nazioni Unite, accetta la carica di Vice Presidente della Società. Roberto Ago che aveva svolto un ruolo determinante sia nella fase preparatoria che nei primi anni di vita della SIOI ne assume la Presidenza, dove sarà confermato per quasi un trentennio. Umberto Morra e Riccardo Monaco, vengono eletti in successione alla carica di Segretario Generale. Il problema della sede trovò una felice soluzione, subito dopo l’Assemblea Costitutiva del 4 ottobre, grazie al personale interessamento del Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi, e la SIOI si insediò a Palazzetto Venezia. Il primo numero della Rivista Trimestrale “La Comunità Internazionale” fu pubblicato nel 1946. Vennero stabilite sezioni in alcune città italiane. Oggi le sezioni di Torino, Napoli e Milano sono qui rappresentate dai rispettivi Presidenti. Così come è rappresentato il MSOI, il movimento studentesco del-la SIOI, anch’esso costituito nei primi anni di attività societaria, e ar-ti-colato oggi in otto gruppi attivi in altrettante città sedi di Università. Sin dalla sua fondazione la SIOI ha potuto usufruire di un rapporto privilegiato di collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, soprattutto dopo la formazione del secondo Governo Bonomi, nel dicembre 1944, e l’attribuzione ad Alcide De Gasperi del portafoglio degli Esteri. Nel processo di elaborazione della nuova politica estera italiana, era preminente l’obiettivo di favorire l’instaurazione di un sistema di relazioni internazionali basato su una politica di cooperazione su scala mondiale. Mentre un’attenzione prioritaria veniva riservata al problema dell’ammissione dell’Italia alla nascente Organizzazione delle Nazioni Unite. Conformemente alle decisioni assunte a Yalta, l’Italia non fu invitata a partecipare alla conferenza di San Francisco che si svolse tra il 25 aprile ed il 26 giugno 1945 e che dette vita alle Nazioni Unite. I tentativi del Governo Italiano per ottenere l’ammissione del nostro paese alla Conferenza, almeno in qualità di osservatore, facendo leva sullo status di cobelligeranza che era stato riconosciuto dagli alleati all’Italia, non ebbero l’esito sperato. De Gasperi, tuttavia, per quanto profondamente deluso non volle desistere dall’azione diplomatica intrapresa a favore delle aspirazioni italiane, e, nel mese di gennaio del 1946, in occasione della prima riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, egli rinnovò la richiesta per l’ammissione di un osservatore italiano, che ebbe l’appoggio degli Stati Uniti, scontrandosi tuttavia con l’opposizione sovietica. Il successivo 4 marzo 1946 De Gasperi scrisse una lettera al presidente della SIOI Dionisio Anzilotti nella quale riferendosi alla costituzione in alcuni paesi, a cominciare dal Regno Unito, dagli Stati Uniti e dalla Francia, di una “Associazione delle Nazioni Unite” con lo scopo di “promuovere l’amicizia e la comprensione fra i popoli (di diversi paesi) e di rafforzare la cooperazione internazionale per i compiti della pace e della ricostruzione”, rivolse un chiaro invito alla SIOI redatto nei seguenti termini: "Sembra a me che la SIOI la cui attività a favore della conoscenza tra gli italiani dei problemi della organizzazione internazionale ha già conseguito risultati notevoli sia l’organismo più adatto per assumere in Italia compiti analoghi e per affiliarsi alla Federazione Mondiale delle Associazioni delle Nazioni Unite che è in preparazione nei paesi anglo-sassoni. Mi pare superfluo ­ proseguiva De Gasperi - attirare la Sua attenzione sull’importanza che l’assunzione da parte della Società di tale carattere potrebbe avere per creare nel popolo italiano un interessamento alle finalità di cooperazione internazionale delle Nazioni Unite, e per provocare un movimento di opinione pubblica utile all’ammissione dell’Italia in seno al grande Consesso". La SIOI aderì prontamente all’invito del Presidente del Consiglio e dopo avere stabilito contatti preliminari con altre Associazioni (a cominciare da quella del Regno Unito il cui appoggio si rivelò prezioso), potè partecipare con una sua delegazione al congresso costitutivo della Federazione Mondiale delle Associazioni delle Nazioni Unite, che si concluse a Lussemburgo il 3 agosto 1946, e venne riconosciuta quale membro fondatore della Federazione stessa. I membri fondatori furono ventisei e la SIOI fu l’unica associazione a rappresentare uno Stato ex nemico. In tal modo, le Nazioni Unite si confermarono come l’area prioritaria di interesse e di attività della SIOI, nell’attesa che il processo di unificazione europea creasse per la Società un’altra parallela area prioritaria. In verità, l’appartenenza alla WFUNA rappresentò il punto di partenza di un rapporto stretto e fecondo instaurato dalla SIOI con l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che è venuto ampliandosi e rafforzandosi con il passare degli anni. In tale contesto, due decisioni meritano di essere evidenziate perché arricchirono in modo significativo l’attività della SIOI. La prima risale al 14 ottobre 1961 e riguarda la creazione, per incarico del Ministero degli Affari Esteri, del Comitato dei diritti umani della Società, affidato alla presidenza di Vincenzo Arangio-Ruiz, sulla base di una risoluzione adottata l’anno precedente dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, che invitava i governi degli Stati Membri a costituire comitati consultivi nazionali sui diritti umani. Tutta questa materia e, in particolare, lo stato attuale della questione dei diritti umani nel mondo sarà oggetto di esame, come ho accennato in precedenza, nell’intervento del Presidente Conso. La seconda novità risale ad epoca più recente ed è costituita dal rapporto privilegiato che la SIOI ha instaurato con la città di Assisi e che ha trovato espressione nella firma avvenuta il 12 marzo 1999, con l’appoggio delle Nazioni Unite e del Ministero degli Affari Esteri, di un protocollo di collaborazione mirante all’istituzione di un Ufficio del Comune di Assisi per il sostegno delle Nazioni Unite con il compito di promuovere, in collaborazione con la SIOI, lo sviluppo e la realizzazione di attività correlate all’ONU e alle organizzazioni internazionali. I risultati di questi cinque anni di collaborazione sono stati lusinghieri, realizzando specifiche forme di collaborazione nei settori dei convegni, della formazione e della documentazione. Tra qualche giorno, precisamente il 23 e il 24 ottobre, si svolgerà ad Assisi, nel quadro di questa collaborazione, un Convegno sul tema “I nuovi orizzonti per la pace e la sicurezza internazionale: la diplo-mazia multilaterale nell’attuale fase delle relazioni internazio-nali”. Siamo particolarmente grati al Sindaco Bartolini e al Vice Sindaco Ricci di avere voluto essere oggi con noi per questa celebrazione, scegliendo di dividere equamente il loro tempo tra Assisi, che onora oggi, con tradizionale solennità, il Santo patrono di Italia, e la SIOI che ha avuto la ventura di nascere il 4 ottobre, giorno di San Francesco. Il mondo che fa da sfondo ai sessant’anni della SIOI è assai diverso da quello che la vide compiere i primi passi. Anche per le Nazioni Unite il tempo è passato ed esse riflettono ancora in buona parte la realtà dell’immediato dopoguerra che vide i paesi vincitori certamente preoccupati di prevenire la drammatica ripetizione di un conflitto mondiale ma parallelamente impegnati a difendere strenuamente i rispettivi interessi nazionali. Ciononostante, oggi ancora le Nazioni Unite costituiscono lo strumento indispensabile per poter meglio raggiungere i grandi obiettivi che l’umanità continua incessantemente a proporsi: la pace e la sicurezza, la crescita economica, il progresso sociale, la tutela della dignità della persona umana, e oggi, forse ancor più di prima, la diffusione dei valori e delle istituzioni della democrazia. Tuttavia pur essendo pienamente consapevoli che per venire incontro a queste aspirazioni che accomunano gli abitanti del nostro pianeta, non possiamo fare a meno delle Nazioni Unite ­ perché l’alternativa a qualsiasi progetto di organizzazione della Comunità Internazionale è la legge della giungla ­ siamo altrettanto convinti che le Nazioni Unite, così come sono, non possono assolvere efficacemente i loro compiti e che dobbiamo favorire una riforma dell’organizzazione mondiale che ne migliori la rappresentatività, il processo decisionale e le capacità operative. La riforma delle Nazioni Unite non è un tema nuovo ed è stato oggetto di riflessione sin dai primi anni di vita dell’organizzazione ma uno dei paradossi più evidenti nella discussione sulla riforma è che gli Stati Membri, chi più chi meno, sono pronti a criticare l’incapacità o l’insufficienza dell’azione dell’ONU ma risultano restii ad affrontare in termini concreti e con intenti innovativi, un negoziato sull’adeguamento complessivo all’attuale realtà internazionale del ruolo e delle funzioni delle Nazioni Unite. Concludendo, mi sembra di poter dire che, per quanto siano evidenti le carenze organizzative ed operative dell’ONU, appare ingiustificato e ingeneroso addossarle tutte le responsabilità dell’insufficienza e dell’inadeguatezza della sua azione complessiva. Sir Gladwyn Jebb, che fu il primo Rappresentante Permanente del Regno Unito alle Nazioni Unite, usava rispondere alle critiche che fioccavano già nella seconda metà degli anni quaranta sulla inefficienza della cosiddetta burocrazia “onusiana”, ricorrendo ad un suggestivo paragone: "Le Nazioni Unite ­ egli amava dire ­ sono come uno specchio nel quale si riflette l’immagine della Comunità degli Stati. E se l’immagine che vediamo non ci piace, non possiamo dire che è colpa dello specchio". In verità, come ho accennato poco fa, all’origine dello stallo del processo di riforma delle Nazioni Unite vi è in primo luogo la riluttanza degli Stati ad affrontare in termini concreti e con spirito nuovo i nodi della rifondazione dell’organizzazione mondiale. Questa responsabilità primaria dei Governi dei principali paesi membri risulta particolarmente evidente in relazione al tema della riforma del Consiglio di Sicurezza su cui si accentra oggi l’attenzione delle Cancellerie e delle opinioni pubbliche. Una soluzione basata essenzialmente sull’ampliamento dei seggi permanenti e del diritto di veto (e che quindi privilegi i concetti della sovranità degli Stati e della prevalenza degli interessi strettamente nazionali) non sembra costituire la risposta adeguata alle esigenze di pace e di sicurezza di una Comunità Internazionale che la globaliz-zazio-ne ha profondamente trasformato, accentuandone i fattori di interdi-pendenza. Un dato evidente della realtà del mondo di oggi è che per far fronte alle sfide della globalizzazione gli Stati stanno sempre più favorendo istituzioni regionali di integrazione. Così stando le cose, appare un errore non tener conto di questa evoluzione del quadro internazionale e non approfondire la questione della responsabilità e della rappresentanza dei processi di integrazione regionale. Per quanto concerne l’Unione Europea appaiono di grande rilievo le voci autorevoli che si sono levate in Italia, ma non solo in Italia, sulla necessità di trovare i meccanismi opportuni perché l’Unione stessa possa esprimere adeguatamente le proprie posizioni nell’ambito del Consiglio di Sicurezza: il che significa, in prospettiva, l’attribu-zione di un seggio del Consiglio di Sicurezza all’Unione Europea. Ciò che appare comunque come un dato incontrovertibile è che una riforma del Consiglio di Sicurezza in base a criteri puramente nazionali provocherebbe un duplice danno al sistema delle relazioni internazionali. Da un lato, essa non fornirebbe una adeguata risposta alle nuove sfide della realtà internazionale, riproponendo un modello di organizzazione delle Nazioni Unite che risale alla prima metà del secolo scorso e che alla prova dei fatti ha dimostrato i suoi limiti e, d’altro lato, essa infliggerebbe una ferita al processo di unità europea nel momento stesso in cui l’Unione tenta di darsi gli strumenti di una politica estera comune per potere esercitare la sua influenza sulla scena internazionale.
E ora vorrei pregare il Presidente Conso di prendere la parola.


INTERVENTO DEL PROF. GIOVANNI CONSO - Presidente del Comitato per i Diritti Umani della SIOI

Signor Presidente, se, calendario alla mano, è indiscutibilmente vero che la SIOI compie oggi i suoi sessanta anni di vita, da Lei altamente onorati con la Sua presenza, il Comitato per i Diritti Umani, di cui la cortesia dell’Ambasciatore La Rocca mi ha invitato a parlare subito dopo di lui, il prossimo 14 ottobre ne compirà solo quarantatre, che non sono, comunque, pochi. La storia di questo Comitato è, quindi, già lunga, volta sempre alla ricerca di una maggiore incisività di fronte ad un mondo che, pur registrando una costante crescita nelle proclamazioni dei diritti umani (ultima quella che nobilmente figura nella seconda parte della nuovissima Costituzione dell’Unione Europea), è in forte ritardo, per non dire di peggio, sul piano della loro applicazione. La realtà odierna è senza dubbio drammaticamente pesante. Vediamo soprattutto in difetto i diritti delle donne, i diritti dei minori, i diritti dei soggetti più deboli in generale. I meccanismi di tutela sono di vario genere, ma raramente in grado di contrapporre valide barriere alle tantissime violazioni. Non voglio negare i progressi, né le aperture, né, tanto meno, l’impegno di molti: però, i risultati scarseggiano. Lo dimostra la fin troppo evidente constatazione che le forze del male al momento non stanno certo soccombendo. Tutt’altro, purtroppo. Il nostro Comitato per i Diritti Umani ­ così si chiama oggi ­ era nato come Comitato Nazionale dei Diritti dell’Uomo, denominazione quasi subito mutata in quella di Comitato Consultivo Italiano dei Diritti dell’Uomo, su indicazione proveniente dalle Nazioni Unite. Nasceva, per l’esattezza, con una delibera adottata dal Consiglio Direttivo della SIOI nel marzo del 1961, previo invito del Governo dell’epoca, per dare attuazione ad una risoluzione che era stata indirizzata il 25 luglio 1960 a tutti gli Stati membri dal Consiglio Economico e Sociale dell’ONU. Preso atto di un rapporto della Commissione dei Diritti dell’Uomo, quella risoluzione, la n. 722, sottolineava in premessa l’importanza del contributo, che, per assicurare l’effettivo rispetto dei diritti dell’uomo (“effettivo” perché non basta proclamarlo), avrebbe potuto essere fornito da organismi in grado di rappresentare per ogni Paese opinioni particolarmente qualificate in materia, ed invitava i Governi degli Stati parte dell’ONU ad incoraggiare, nella maniera più conveniente, la creazione di organismi ad hoc, sotto forma di comitati locali o di comitati consultivi nazionali. Pochi mesi dopo, il Governo italiano si rivolgeva alla SIOI ­ ed era questo un riconoscimento già di per sé molto significativo ­ perché provvedesse a dar vita per il nostro Paese al comitato con-sultivo nazionale richiesto dall’ONU. Con doverosa prontezza, già nel marzo del 1961 il Consiglio Direttivo della SIOI, allora presieduto dall’on. Nicola Carandini, era in grado di costituire il richiesto Co-mi-tato Consultivo Italiano, informandone il Ministero degli Affari Esteri, che, a sua volta, ne dava comunicazione ufficiale alle Nazioni Unite. L’insediamento del Comitato poteva, così, aver luogo nella giornata del 14 ottobre 1961. Era un sabato, un sabato pomeriggio, alle 18.30, presso l’abitazione del professor Vincenzo Arangio-Ruiz, designato ad esserne il Presidente. Molte le personalità presenti, a cominciare dal professor Roberto Ago, che, quale autorevolissimo Vice Presidente della SIOI e, quindi, in rappresentanza della stessa, procedeva per prima cosa all’investitura presidenziale di quel grande maestro del diritto che era Vincenzo Arangio-Ruiz, presenti anche ­ per la storia è opportuno ricordarlo ­ la signora Marcella Ascarelli, il dottor Guido Colucci, l’avvocato Antonio Ciamarra in rappresentanza dell’avvocato Vittorio Malcangi, presidente dell’Or-dine Forense, l’avvocatessa Ada Picciotto, la dottoressa Teresita Sandescki Scelba, il professor Giuliano Vassalli (che è qui al centro del tavolo, nobile testimone di quello storico evento), la dottoressa Maria Vismara e, come segretario, il dottor Aldo Bernardini. Nel corso della seduta il Presidente Arangio-Ruiz esprimeva il desiderio di avere al suo fianco un vice-presidente, che, su proposta del professor Ago, veniva scelto nella persona del professor Giuseppe Sperduti, non presente perché impegnato a New York proprio quale rappresentante italiano nella Commissione dei Diritti dell’Uomo. Subito dopo, alla dottoressa Vismara veniva conferito l’incarico di tenere i contatti con la SIOI, compito da Lei poi sempre assolto con appassionata perizia, tanto più essendone diventata, fino alla Sua scomparsa nel 1990, il Direttore dell’Ufficio Studi. Tante furono le prospettive di studio operativo affrontate in quel sabato pomeriggio di metà ottobre, sistematicamente suddivise tra quelle a livello ONU, quelle a livello Consiglio d’Europa e quelle a livello nazionale. Su proposta del professor Vassalli, si decideva di con-centrare l’attenzione, fra i tanti proposti, su un problema giudiziario e su un problema non giudiziario. Quanto al problema giudiziario, la scelta si orientava nel senso di sollecitare Parlamento e Governo a dare alla difesa un ruolo più incisivo sin dalle prime fasi del processo penale, prestando particolare attenzione alla difesa d’ufficio. Quanto al profilo non giudiziario, considerata la finalità di divulgare i princìpi della Dichiarazione Universale, tutti i presenti si trovarono concordi sull’esigenza di una larga diffusione nelle scuole di ogni ordine e grado. Mi si permettano a questo punto due considerazioni personali. La prima: il Comitato per i Diritti dell’Uomo nasceva, se così si può dire, come una “costola” della SIOI, una sua costola importante, voluta dall’ONU. In tale ottica, l’Ambasciatore La Rocca mi consentirà di ritornare per un attimo sulla storia della SIOI, per un qualcosa che ci tocca da vicino, trattandosi di un illustre collega e caro amico, componente del nostro Comitato, il professor Piero Ziccardi, che ha lunga-mente insegnato diritto internazionale, prima a Urbino e poi all’Università Statale di Milano. Ultrano-vantenne, ancora impegnato nello studio e nella scrittura, anche se frenato da difficoltà di movi-men-to, ha fatto pervenire la sua sentitissima adesione a questo incontro. Nella vita di Ziccardi c’è stato un capitolo su cui vorrei intrattenermi per qualche momento, a sostegno di quanto tanto acutamente osservava poco fa l’Ambasciatore La Rocca in ordine al ruolo delle Organizzazioni Internazionali e, quindi, della stessa SIOI. Nel 1943 Piero Ziccardi viveva a Genova, dove, giovane e già brillante studioso, aveva da poco passato alle stampe un’importante monografia dedicata proprio all’organizzazione internazionale, un libro ben presto notato dalle autorità naziste, tanto è vero che, quando, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944, Ziccardi venne arrestato sull’Appennino ligure nel corso di una retata compiuta da forze locali della Repubblica di Salò, dal comando centrale tedesco giunse, qualche tempo dopo, l’ordine di trasferirlo in Germania. Ciò si tradusse, se così si può dire, in un evento fortunoso, perché, quasi all’indomani del trasferimento, le rozze e crudeli autorità locali cominciarono a passare per le armi non pochi fra coloro che erano stati oggetto di quella retata. Ziccardi non era più lì, bensì già nel campo di concentramento di Mauthausen, luogo di cupa, bieca, tetraggine, ma che, rispetto alla situazione disperata che anche per lui si sarebbe verificata a Genova, finì con il diventare, paradossalmente, luogo di salvataggio. Ma ecco la vera domanda: perché, fra i tanti arrestati in Liguria, proprio Piero Ziccardi fu portato in Germania per chiare finalità punitive? La risposta va ricercata in quel suo forte libro sull’organizzazione internazionale, visto dai nazisti come fumo negli occhi, alla stregua di un documento sedizioso, volto ad esaltare il ruolo di barriera antidittatoriale che solo organizzazioni pluristatali permanenti possono cercare di rendere operativa. Se, dunque, quella monografia ebbe un effetto particolarissimo sulla vita di Ziccardi, sulla cultura in genere essa ebbe un significato anticipatore di messaggio simbolico: l’organizzazione internazionale è feno-meno estremamente prezioso nell’intento, tanto arduo quanto irrinun-ciabile, di fronteggiare i mali del mondo. L’ONU ne è il vertice, l’emblema, da sostenere ad ogni costo, aggiornandone i connotati e modificandone le procedure lungo le linee che l’Ambasciatore La Rocca ha ben sintetizzato poco fa. A questa mia prima considerazione personale, aggiungo subito la seconda: nella fatidica giornata del 14 ottobre 1961, in casa Arangio-Ruiz, ben quattro donne erano presenti, in una percentuale senz’altro maggiore dell’attuale. Ancor più significativo è il fatto che, ap-punto per tale ragione, quarantatre anni or sono la rappresentanza fem-minile fosse pressoché pari a quella maschile. E così dovrebbe essere sempre, anche per dissipare definitivamente l’equivocità insita nell’o-ri-ginaria denominazione di Comitato dei Diritti dell’Uomo, che, da ultimo, abbiamo voluto sostituire con Comitato dei Diritti Umani, anche in omaggio a quelle donne pioniere che tanto hanno contribuito dal nostro interno alla causa dei diritti fondamentali, da Maria Visma-ra Currò alla senatrice Tullia Romagnoli Carettoni e alla professoressa Maria Teresa Paronetto Valier, entrambe oggi qui presenti. Quanto alla composizione del Comitato, ne sono attualmente parte trenta elementi, suddivisi in membri di diritto, membri emeriti e membri elettivi, più un Presidente, carica nella quale al professor Arangio-Ruiz era subentrato, nel 1965, l’avvocato Vittorino Veronese e, nel 1978, il professor Giuseppe Sperduti, prematuramente scomparso nel 1999. Una nuova fase prendeva avvio il 26 ottobre 1999, con una riunione nel corso della quale l’Ambasciatore La Rocca ricordava come, sin da principio, il Comitato avesse svolto un’attività di carattere consultivo, destinata a formulare proposte e suggerimenti, ed un’attività di ordine divulgativo, volta a diffondere la conoscenza dei diritti umani, specialmente tra i giovani. A tali fini, nella seduta iniziale in casa Arangio-Ruiz, un primo Sotto-comitato si era assunto il compito di contribuire alla riforma del codice penale, mentre un secondo Sotto-comitato si era dedicato allo studio dei metodi più idonei a promuovere la conoscenza in ambito scolastico dei princìpi della Dichiarazione Universale e successive Convenzioni. Certo, i primi approcci, anche se accompagnati dall’entusiasmo della novità e dal fascino dell’ideale che la ispira, non sono mai agevoli. Si va per tentativi, si provano percorsi, si sperimentano approcci. In particolare, non è mai facile inserire, senza una previa richiesta dall’esterno, la formulazione di un parere, che pur dovrebbe essere compito primario di un Comitato espressamente qualificato come consultivo. Qualcosa del genere ­ ed è motivo di particolare vanto per la sua portata storica ­ ha potuto realizzarsi allorché, attraverso una documentatissima serie di risoluzioni, lettere, incontri personali, succedutisi tra il 15 gennaio 1971 e il 1° febbraio 1974, l’Ufficio di Presidenza riuscì a convincere il Governo italiano della necessità di accettare finalmente le clausole facoltative della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (via libera ai ricorsi individuali; riconoscimento come obligatoria della giurisdizione della Corte di Strasburgo), due tappe assolutamente decisive. A distanza di trent’anni, proprio pochi mesi fa, ci è giunta da Strasburgo un’espressa, anche se ufficiosa, richiesta di parere in ordine alla funzionalità di quella attivissima Corte. La richiesta aveva per oggetto la bozza dell’ora Protocollo n. 14 della Convenzione in parola, un Protocollo riformatore diretto a sveltire le procedure ed alleggerire il carico di lavoro fattosi ormai eccessivo per le strutture della Corte, anche se segno indiscutibile di successo. Dopo un’ampia discussione il Comitato ha affidato al membro relatore, professor Ugo Villani, il compito di redigere un articolato commento analitico, che potrà contribuire a far sì che il nuovo Protocollo abbia il successo auspicato nell’interesse generale. Proposte e pareri a parte, con il passare del tempo ci si è via via resi conto che la formula più continuativamente esperibile resta pur sempre quella dei Convegni, che con i loro dibattiti permettono di far emergere idee e indicazioni concrete quando il rango, se adeguata-mente curato, dei relatori, come da sempre è prima preoccupazione della SIOI, consente di prendere le mosse da basi seriamente meditate. Ricorderò tra le esperienze più lontane nel tempo quella del 1984, allorché, quando presidente del Comitato era Giuseppe Sperduti, si tenne qui a Roma, sede abituale dei nostri lavori, un colloquio internazionale della durata di tre giorni sul tema “La concezione del diritto dello Stato nell’era di rivendicazione della dignità della persona umana”, dove la dignità della persona umana veniva alla ribalta come nucleo centrale dell’intera problematica, il cemento che aggrega, illuminandone il significato, i singoli diritti. Tra le esperienze più recenti merita un cenno particolare il convegno su “La Corte Europea dei diritti umani e l’esecuzione delle sue sentenze”, svoltosi ­ con autorevoli partecipazioni anche di operatori stranieri ­ in questa stessa sala il 6 ed il 7 giugno 2002. Chiaro il motivo di fondo: che senso ha impegnarsi per emanare sentenze se, poi, queste non vengono applicate? Nella medesima ottica si è tenuto, poco tempo dopo, presso l’Università di Messina, sotto la guida del professor Claudio Zanghi, altro componente del nostro Comitato, un Convegno dedicato all’altrettanto essenziale esigenza di assicurare un’equa soddisfazione a chi sia stato vittima di una o più violazioni accertate dalla Corte di Strasburgo, esigenza spesso ostacolata, oltreché dalle ristrettezze di bilancio, dai contrasti tra la giurisprudenza europea e la giurisprudenza nazionale. Siamo arrivati, intanto, alla vigilia di un nuovo incontro. È, infatti, programmato per il 15 ottobre, a completamento della ricorrenza in corso, un Convegno avente ad oggetto “La protezione dei minori nel diritto internazionale”. Un ringraziamento particolare va al Ministro Alessandro Fallavolita che ha dato a questo Convegno ideazione, impulso, sostegno continui. Il programma è ricco di capitoli, essendo molteplici gli aspetti, tutti quanto mai delicati, che vedono violati i diritti dei minori. È qui, nei confronti dei soggetti più deboli, che la crisi dei diritti tocca il vertice del malessere più angoscioso, dal traffico allo sfruttamento, dalla violenza sistematica alla schiavitù, dall’impiego nei conflitti armati e negli attentati terroristici all’essere vittime innocenti di guerre estenuanti e di atti terroristici indiscriminati. Quello che è avvenuto nella scuola di Beslan rimane il capitolo più brutale di questa serie terribile di atrocità: andare a colpire una scuola il giorno dell’inaugurazione, dove i bambini si ritrovano festanti con le loro famiglie, è il massimo di crudeltà e di livore, tale da esigere la più assoluta delle sconfessioni. Parlando di minori, il pensiero va anche al secondo grande compito affidato al Comitato: il come diffondere, il come divulgare la causa dei diritti umani nelle scuole elementari, medie inferiori, medie superiori. Si è tenuto, al riguardo, nella primavera del 2003 ­ ed i relativi atti sono freschi di stampa ­ un Convegno di largo respiro, che, organizzato con l’Accademia dei Lincei sotto lo stimolante titolo “I diritti umani nella scuola oggi. Come viverli e come insegnarli”, si è tradotto in un confronto appassionato di esperienze e suggerimenti reciproci tra presidi ed insegnanti di varie parti d’Italia. Né sono mancati i contatti con gli organi ministeriali competenti, il CUN, le Università, le Scuole di specializzazione, per far sì che i diritti umani continuino a trovare posto tra gli insegnamenti universitari, impegno fondamentale anche per renderli oggetto di una cultura diffusa. Purtroppo ­ nonostante gli innegabili successi conseguiti e le risposte positive ottenute con l’organizzazione del Premio Sperduti, della cui seconda edizione abbiamo appena visto il felice epilogo, con quattro squadre di tre elementi ciascuna ammesse alla finale, in rappresentanza di altrettanti Atenei, tutte con un’ottima preparazione e la convinta consapevolezza di quale sia l’importanza della tematica ­ a preoccupare per l’immediato futuro sono gli effetti della riforma del tre più due, attorno a cui si discute nell’arduo tentativo di ricucire e colmare i vuoti creatisi in ordine agli spazi da assicurare a queste discipline che, essendo nuove rispetto ai corsi classici, sembrano destinate a vedere sacrificati i tempi a disposizione, complessivamente ridottisi di un anno. Il timore è che l’insegnamento dei diritti umani ne risulti sacrificato. L’auspicio, che il Comitato si permette di enunciare in quest’occasione, così importante perché è Lei, signor Presidente, ad ascoltarci con tanta attenzione, è che il dialogo a livello accademico non venga soffocato. Soffocare il dialogo significa soffocare la conoscenza e, quindi, anche la critica, a tutto vantaggio di coloro che sistematicamente violano questi diritti: occorre, invece, contrapporvi barriere e, per farlo, di certo non basta il silenzio.

Amb. Umberto LA ROCCA
Grazie Presidente Conso, a lei e al Comitato per i Diritti Umani. Ora chiederò al Presidente Vassalli di pronunciare l’intervento conclusivo. Prego Presidente.


INTERVENTO DEL PROF. GIULIANO VASSALLI - Senatore della Repubblica

Signor Presidente della Repubblica, Signore e Signori, tutti si saranno resi conto della mia inadeguatezza, sotto più profili, a concludere questa riunione e a dire qualche cosa di altrettanto importante come quello che abbiamo appreso attraverso la completa e stringente rievocazione fatta dall’Ambasciatore Umberto La Rocca dell’attività della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale e a tutto quello che ha aggiunto egregiamente l’amico Giovanni Conso, Presidente del Comitato dei Diritti Umani della Società stessa, affiancato alla SIOI fino dalla sua origine, come egli ha così bene ricordato. Chiedo scusa, quasi, della mia presenza a questo tavolo, che non è dovuta ad altro titolo che quello di essere uno dei soci del primo anno di attività di questa Società qui in Roma. Non ho saputo resistere alla gentile pressione dell’Ambasciatore La Rocca, la cui attività e la cui personalità tanto ammiro, e a quella di Giovanni Conso, e sottrarmi ad una così importante manifestazione. Debbo la mia appartenenza alla SIOI esclusivamente alla grandissima, fraterna amicizia che mi legava a Roberto Ago, che fu ­ fino ad assumere, poi, la Presidenza per tanti anni della SIOI stessa ­ veramente il promotore massimo di questa attività. Un uomo, una personalità veramente straordinaria, di promotore di collaborazione e di ordine internazionale, oltre che un giurista finissimo, autentico scienziato, come stanno a ricordare le sue Lezioni di diritto internazionale privato, le sue opere nel diritto internazionale pubblico, gli scritti famosi su Scienza giuridica e diritto internazionale che tanto hanno contribuito alla collocazione sistematica di questa materia, lo studio infine su Diritto positivo e diritto internazionale che confina con grandi problemi di filosofia del diritto. Egli fu anche, oltre che un grande scienziato e un grande studioso, un promotore, come abbiamo detto, di queste attività, e degnamente rappresentò l’Italia nel Comitato del Consiglio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, fu membro della Commissione di Diritto internazionale delle Nazioni Unite, fu Presidente ­ non cito che a caso qualcuno degli esempi che potrei elencare ­ del Tribunale Arbitrale italo-francese per la risoluzione delle questioni della Saar, fino ad essere poi membro della Corte di Giustizia dell’Aja. Mi permetto di salutare qui i suoi figli e altri congiunti presenti, e di rivolgere un ricordo, un pensiero alla signora Luciana Ago, compagna e ispiratrice di lui. E un ricordo vorrei rivolgere anche, poiché a questo sono sostanzialmente chiamato, alla figura di Umberto Morra di Lavriano e degli altri collaboratori di Roberto Ago in quest’opera che fu subito generalmente apprezzata e che, inseritasi in certa misura nell’attività della WFUNA, come ha ricordato l’Ambasciatore La Rocca, conquistò alla patria nostra, assai prima che l’Italia facesse parte delle Nazioni Unite, un altissimo prestigio in un’epoca in cui ve ne era bisogno. Non mi abbandono ad altri ricordi personali dei miei rapporti con Roberto Ago, che risalgono a prima della guerra e all’epoca della guerra perché non è l’ora per farlo. Io vorrei solo ricordare che l’atmosfera di quando la SIOI nacque era quella di un grande fervore e di speranze di ricostruzione. Ecco, per rendersene conto, basta pensare che celebriamo il sessantesimo anno di questa Società, e cioè ci riferiamo al 1944, a un anno in cui ancora perdurava nei suoi momenti più critici e più gravi la seconda guerra mondiale, ad un periodo in cui l’Italia era separata in due, in cui Roma aveva appena conquistato la propria libertà, ma in cui si sarebbe dovuto pensare, ipotizzo, a ciò che accadeva ancora nel nord Italia, in una guerra terribilmente guerreg-giata nell’Italia del nord, e forse non intraprendere nulla prima che la liberazione completa d’Italia si fosse verificata e la guerra mondiale fosse finita. Sennonché una simile rinuncia si rivelò non possibile nello spirito di tanti italiani, che subito si misero al lavoro nell’Italia liberata. La vera e propria Organizzazione delle Nazioni Unite, come è noto, nacque soltanto con la Conferenza di Mosca nel 1943 e poi le Nazioni Unite ebbero la prima loro grande riunione di cinquanta Stati nell’aprile del 1945 alla vigilia della fine delle ostilità nel settore europeo, a San Francisco. A quella conferenza nessuno degli Stati considerati vinti ­ l’Italia, il Giappone, la Germania ­ fu ammesso a partecipare. L’Ambasciatore La Rocca ha egregiamente ricordato gli sforzi fatti invano dall’Italia, le delusioni di De Gasperi, ciò che peraltro in quella contingenza era assolutamente fatale. L’Italia, però, che non entrò formalmente nelle Nazioni Unite se non nel 1955, operò in quella stessa direzione, in quello stesso solco molto prima, non solo attraverso i suoi studiosi, ma attraverso i promotori delle società come la SIOI, la quale ebbe immediatamente una intensità di lavoro, un prestigio tale da far pensare che quando l’Italia fosse entrata nelle Nazioni Unite essa vi avrebbe occupato sicuramente un posto degno. E occupò, come le spettava, nei vari periodi, anche il posto di Presidente dell’Assemblea delle Nazioni Unite, basterebbe ricordare l’esempio del nostro Senatore Amintore Fanfani. Nel frattempo l’Italia riallacciava anche fuori della prospettiva dell’ONU gli antichi legami, in vista di un allineamento tra i rispettivi sistemi fra i paesi rinati o nati alla democrazia e quelli di democrazia più antica. Io mi permetto -­ ma sarò brevissimo ­ di ricordare tra i tanti un episodio molto caratteristico, che mi è rimasto molto impresso. Si sviluppò, proprio a latere della SIOI, fu un viaggio compiuto da giuristi italiani in Inghilterra, fino dal 1945, a guerra appena conclusa e pars magna ne fu proprio Roberto Ago. Questa delegazione italiana in Inghilterra la presiedeva mio padre e ne facevano parte giovani studiosi, Bobbio, Crisafulli e Ago che, come vi ho detto, ne era l’elemento propulsivo e principale. Di questa si parla in vari appunti lasciati da Bobbio nelle sue opere e se ne parla analiticamente nello scritto del 1946 di mio padre, intitolato Osservazioni di uomini di legge in Inghilterra, che fu una conversazione tenuta il 21 marzo del 1946 proprio in questa sede, proprio presso la SIOI, e ricordo questo per sottolineare quanto anche queste attività diciamo parziali, bilaterali, erano promosse dalla SIOI o ad essa legate. Anzi, dato che ho nominato Bobbio, ricordo che egli tenne pochi giorni dopo un’altra conferenza qui sui partiti politici in Inghilterra. Questo per dire che la SIOI apparve subito un grande punto di riferimento per gli studi e per le attività dirette alla creazione di una seria Organizzazione internazionale. Detto questo, potrei raccontare e ricordare tante cose. Ma sono state ricordate e non vorrei sciupare l’effetto di relazioni così complete e così belle come quella di Umberto La Rocca e di Giovanni Conso. Vorrei solo accennare a due considerazioni di carattere generale, an-che se assai banali, riferite la prima a quel periodo iniziale di fervore e di entusiasmo, e l’altra ai risultati di tanto impegno e di tanto lavoro. In quel periodo è inutile disconoscere che ci fu per tutti un grosso neo, non della SIOI, ma di tutti. Si guardava al futuro e al passato, ma non sempre al presente. Del passato facevano parte ­ anche se così non era cronologicamente perché essi durarono fino agli ultimi anni Quaranta ­ i processi per i crimini di guerra e contro l’umanità. E anche qui vorrei raccontare un episodio svoltosi con Roberto Ago. Io preparavo la mia prolusione genovese su questo tema, egli venne un giorno a casa, ci incontrammo in una delle tante occasioni e mi disse "No, no, non c’è niente di nuovo, il processo di Norimberga si può inquadrare benissimo negli schemi del diritto internazionale esistente. Esso è un tribunale di guerra di una delle parti contendenti, del vincitore contro i vinti, come ce ne sono stati tanti. L’unica differenza che può dare giustificazione a questo nome di internazionale è il fatto che è costituito da quattro potenze vincitrici che operano insieme; e anche nel richiamo all’ordinamento internazionale". Egli era sulla scia dei grandi internazionalisti dell’epoca, che negavano serie prospettive a un diritto internazionale penale, a un diritto internazionale penale che si rivolgesse addirittura ai singoli, che prevedesse la punizione dei singoli come tali. Ma questo, ripeto, riguardava già il passato. Il presente al quale mi riferivo era ciò che veniva ignorato, ciò che purtroppo in quegli anni si perpetrava come strascico, sia pure fatale, della guerra. Ecco, non parlo per quello che riguarda il doloroso argomento delle foibe carsiche, mi riferisco all’interesse che non era troppo vivo per il nostro confine orientale, per gli italiani rimasti di là. Ricordo invece con commozione un episodio ­ mi consentirete se vi sottraggo ancora qualche minuto ­ che è avvenuto proprio esattamente cinquant’anni addietro, nell’ottobre del 1954. Segni, Antonio Segni, era stato chiamato alla cattedra di Procedura civile dell’Università di Roma e si svolgeva in uno di quei giorni la sua prolusione nella grande aula I della Sapienza, alla Città universitaria. La sala era rigurgitante perché naturalmente non c’erano solo i colleghi e gli studenti ma tutti gli uomini politici che facevano in un certo senso ala a Segni o che erano suoi amici. A un certo momento si sente un applauso scrosciante, che parte dal fondo della sala e invade a poco a poco tutto l’ambiente. Che cosa era successo? Si era affacciato sulla soglia, perché veniva ad assistere alla prolusione dell’amico, Giuseppe Pella che, come Presidente del Consiglio, aveva preso le posizioni che aveva preso a difesa di Trieste italiana. Gli studenti lo riconobbero e scoppiarono in un applauso che non finiva mai. Ricordo questo per quel che era accaduto in Italia e al confine orientale, per quello che si era ottenuto proprio nell’ottobre del 1954, proprio cinquant’anni fa. Che cosa avevamo dimenticato? La sorte dei vinti. La sorte dei vinti anche se a stretto rigore la condotta di molti di loro era criticabile. Per esempio i Cosacchi potevano essere considerati, o dovevano essere considerati, i traditori dell’Unione Sovietica, a parte il male che avevano fatto nel nord d’Italia contro i partigiani e combattendo pure contro gli alleati. Eppure questi sbandati in marcia con le loro famiglie chiesero disperatamente aiuto a coloro che erano stati i loro nemici sul campo di battaglia, e cioè agli alleati occidentali, contro cui avevano combattuto, rivendicando la propria autonomia etnica, rivendicando i principi supremi dell’umanità, ma nessun ascolto fu dato loro e Churchill personalmente autorizzò il passaggio che li portò al destino che li attendeva nell’Unione Sovietica. Ci eravamo dimenticati di questi soggetti, di tante persone che, sia pure cariche di colpe, meritavano un maggiore rispetto per i diritti umani fin da quel momento. È un grosso neo, difficilmente cancellabile anche se spiegabile. L’altra mia considerazione, altrettanto banale, riguarda i risultati di tanto impegno solidaristico internazionale. La seconda guerra mondiale era stata condotta con l’idea che sarebbe stata l’ultima guerra, che non ve ne sarebbero state più, vinta finalmente attraverso così immensi sacrifici; e fatta giustizia nel mondo, non soltanto nel mondo europeo ma nel mondo asiatico, per non dire altro, le guerre non ci sarebbero state più. Lasciamo i cinquanta anni di guerra fredda, anche perché fortunatamente rimase fredda. Ma tutto il resto del mondo, che cosa successe in tutto il resto del mondo? In questi sessanta anni abbiamo avuto, come tutti sanno e si ripete tante volte, in quattro continenti la propagazione, la moltiplicazione dei lager, dei gulag, dei campi di concentramento di varia natura. Abbiamo avuto duecentocinquanta conflitti, di cui cinquantasette nei soli anni Novanta in quarantacinque paesi, conflitti che hanno insanguinato centoquindici paesi con oltre ventisette milioni di morti civili, venti milioni di sfollati e di profughi, di rifugiati, senza contare mezzo miliardo di affamati e gli altri soggetti a rischio, soprattutto i bambini. In tutto questo ognuno di noi ha la sua responsabilità, quella di non avere meglio tentato, o addirittura la responsabilità oggettiva di non essere riusciti. Adesso poi da qualche anno abbiamo la piaga del terrorismo internazionale, o meglio quella del suo diffondersi e del suo acuirsi. Anche qui sarebbe agevole instaurare un processo di responsabilità. Perciò quando sento di attività come quelle della SIOI, in particolare del suo Comitato per i Diritti Umani, nel quale ho l’onore di partecipare sotto la presidenza illuminante e sempre vigile di Giovanni Conso, ecco, allora sicuramente trovo che viene da commuoversi per questo ed analoghi sforzi, che perdurano in tante parti del mondo, con società analoghe, con consapevolezza della difficoltà dei problemi, con attenzione ai caratteri generali e in particolare con uno studio inesausto delle questioni generali, affrontando e cercando però anche di portare la soluzione ai problemi individuali. Conso ce ne ha dato l’esempio più volte. Ed è in questo spirito di speranza e di fertilità che saluto anche io il sessantesimo anniversario della Società che mi ha fatto l’onore di invitarmi qui. Vorrei dire ancora una parola, Presidente, se il tempo me lo consente. L’Organizzazione internazionale attuale è all’altezza dei suoi compiti, delle esigenze? Ella non si stanca, signor Presidente della Repubblica, di richiamarci, così come esalta il dialogo interno e internazionale, all’adesione spirituale e organizzativa alle Nazioni Unite e al rafforzamento reale e non soltanto numerico dell’Unione Europea. È una esortazione che non va abbandonata, di cui noi le siamo tutti infinitamente grati, e che ci fa piacere riascoltare quasi ogni giorno. Ma queste Nazioni Unite meritano veramente tutta questa fiducia? Bisogna concludere di sì. Io ho qui sott’occhio l’estratto di un discorso che Roberto Ago tenne per i quarant’anni delle Nazioni Unite. Lo tenne, ancora una volta, in questa sala, presso questa SIOI, e fu pubblicato su “La Comunità Internazionale”. Già allora ­ eravamo nel 1985 ­ si affacciavano tanti dubbi sulle Nazioni Unite, sulla loro sufficienza, sul loro procedere, sulla loro burocratizzazione; ed egli cerca di rispondere con spirito critico, con riflessione su tutti questi problemi. Cerca di rispondere a quelle che sono le ragioni di queste constatazioni e di queste lamentele e dà in modo particolare la colpa ai singoli Stati nazionali, ricordando che le Nazioni Unite sono nate non come una super organizzazione rispetto agli Stati ma come un insieme e una cooperazione tra gli Stati stessi, cosa che allora, a quell’epoca, aveva portato difficoltà anche nelle funzioni del Consiglio di Sicurezza perché erano state tarpate le ali a tutte le applicazioni che si sarebbe dovuto fare del Capitolo VII dello Statuto. E poi Ago ricorda anche tante altre cose sulle quali io farei perdere inutilmente del tempo. In modo mirabile egli riassunse quelle che erano le vedute originali, limitatrici degli Stati nazionali, e ad essi appunto imputò il mancato funzionamento del Consiglio di Sicurezza, ma viceversa sottolineò il grande meritorio sviluppo del Consiglio Economico e Sociale dell’ONU e di tutto ciò che nel suo cuore e intorno ad esso era stato fatto ed era stato conseguito. Ribadì che le Nazioni Unite, ormai, sono una istituzione necessaria, utile per noi europei e per tanti altri Stati, ma indispensabile per tanti altri poveri Stati che non hanno altro, non hanno dove altro rivolgersi, i Paesi più poveri della terra, e quindi l’impossibilità di rinunciarvi, la necessità soltanto di riformarla, ma l’impossibilità di darla per perduta e di darla per finita. E allora l’ONU aveva già vissuto il doppio esatto di quanto aveva vissuto la Società delle Nazioni. E dall’altra parte, Signor Presidente della Repubblica, l’Unione Europea, che pure dovrebbe avere meno legami e meno impacci delle Nazioni Unite e che ha alcune frecce straordinarie al proprio arco, non ha sempre dimostrato di essere consapevole con la tempestività dovuta della gravità delle crisi europee o vicine all’Europa delle quali ci si doveva interessare; dei problemi che erano virtualmente suoi propri, come quelli degli Stati costituenti l’ex-Iugoslavia, o di saper contribuire ­ e qui le necessità, lo sforzo da impiegare ogni giorno diventano maggiori ­ alla risoluzione del semi-secolare conflitto israelo-palestinese. Accenno solo a questo e chiedo scusa di averlo fatto; ma è stato per rilevare quanto campo di azione oculata e immediata, quanto campo di iniziativa vi sia per la Società e gli enti che continuano ad avere per mèta una migliore organizzazione internazionale. Per il resto non mi rimane che augurare, anch’io, lunga vita alla Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, e ribadire la fiducia che tutti quanti dobbiamo condividere, nonostante le prove purtroppo tante volte negative di un passato lontano e recente.

Amb. Umberto LA ROCCA
Grazie Presidente Vassalli per queste bellissime parole conclusive. Signor Presidente della Repubblica, desidero reiterarle la profonda gratitudine della SIOI per averci onorato della sua presenza. Grazie a tutti voi.

 



 

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